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Il mio corpo è sull’altare

San Francesco di Assisi ricevette le stimmate da Cristo nel 1224. Si era ritirato a La Verna, in Toscana. Mentre era in raccoglimento, vide scendere dal cielo un angelo sotto forma di uomo crocifisso. Cinque raggi di luce partirono dall'angelo e colpirono il santo al livello del costato, delle mani e dei piedi. Alcuni testimoni affermano che san Francesco aveva dei veri chiodi incastrati nella carne – cosa che gli avrebbe provocato atroci dolori fino alla morte
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Storia insolita dell'impressione delle stimmate.

Francesco domina l’immaginario. Ha lasciato una traccia senza precedenti e la traccia è il suo corpo con i segni del Signore. ” Per la prima volta sappiamo che Qualcuno lascia il segno, che la fede è concreta, carne ed ossa, ma a noi la curiosità ci fa il solletico: “mani… piedi… fianco… Cosa è accaduto quel giorno?”. In Vestirò la croce. Francesco diverso, l’unica grande ribellione (Tau editrice, Todi 2017) una ricostruzione e una proposta di interpretazione spirituale, di cui scrivo alcuni stralci.

Normalmente immaginiamo il serafino che imprime le stimmate, ma Frate Leone ci informa che la visione è una cosa e l’impressione è un’altra. I biografi, successivamente, hanno fuso insieme i due momenti, ma di essi non era presente nessuno.
A La Verna salgono in due, Francesco e Leone, il frate ed il suo prete, e non si separano mai. Scelgono La Verna perché c’era un eremitorio dei frati, semplice e pronto, con piccole celle per riposare, austere, essenziali, un cella per refettorio ed una chiesa. Leone aveva con sé il messale, perché entrambi avevano l’abitudine di celebrare ogni giorno. Era soprattutto un desiderio di Francesco ascoltare il Vangelo e lo faceva ad ora di pranzo ma prima di mangiare, a digiuno, perché ascoltava durante Messa. Quest’ora era il suo punto di riferimento.

Tutto è accaduto all’eremitorio, non fra gli alberi, ma in una cella; non da solo, ma presente Leone; prima di pranzare, a digiuno, al mattino, nel giorno dell’Esaltazione della croce (o giù di lì, secondo i biografi). Il riferimento è la liturgia, non gli uccellini del bosco.
Fu allora che Francesco ebbe la visione di un angelo, un serafino, che in modum crucis gli stava dinanzi, in piedi, un po’ più in alto rispetto a sé, con le mani distese e i piedi uniti (dirà Tommaso da Celano). Prova ad immaginare che la visione si sovrapponesse a ciò che vedeva con gli occhi, perché bisogna capire cosa significasse per lui visione. La visione è qualcosa che accade allo spirito, mentre gli occhi vedono la carne.

Anzitutto, l’angelo. Chi è? Nella tradizione medievale l’angelo è il sacerdote, a pieno titolo e, bada bene, durante l’esercizio del suo ministero, perché “nell’ora dell’immolazione siano aperti i cieli a causa della voce del sacerdote” (Gregorio, Dialoghi, IV,5) ed il pane “è rapito… perché sia assimilato al corpo di Cristo”: questo è il “ministero degli angeli”, cioè “dei sacerdoti” (Guglielmo d’Auxerre). Il serafino è il sacerdote monaco, perché la sua vita personale è modellata sul modo di vivere degli angeli, vergini, dediti, obbedienti, umili, poveri (Cf Gerhoch di Reichsberg).
Francesco aveva davanti a sé Leone, il prete, prima di pranzo, vestito per la celebrazione della messa e, precisamente, quasi con il Corpo di Cristo tra le mani. Era più in alto rispetto a sé, mentre lui era in ginocchio, ed in piedi, all’altare, con le braccia distese e coi piedi uniti. Il sacerdote ha la stessa postura e la posizione del serafino, e le fonti legate a Leone usano questa espressione: in modum crucis.

Questa espressione è una rubrica, “si tratta di termini tecnici, l’espressione è liturgica, indica la posizione assunta dal sacerdote durante la messa: […] il sacerdote, dunque, che rende presente [Cristo nel ministro] dicendo ‘tam beatae passionis’, estende le mani in forma di croce [in modum crucis] perché con la forma del corpo e delle mani renda presente la posizione di Cristo in croce’ (Durando)”. I medievali pensavano che questo fosse il momento in cui il sacerdote portava con sé i presenti davanti alla Maestà di Dio (Cf Gerhoch).
Leone, il prete, porta con sé Francesco davanti al Cristo.

Solitamente immaginiamo che il serafino sia di fronte, ma non è scritto mai; semmai di spalle, in questo caso. I biografi smaniano che il serafino abbia impresso direttamente i segni della passione, frate Leone, l’unico presente, testimone, attendibile, secco ed essenziale, non lo dice, anzi: la visione prima e dopo poco tempo i segni sul corpo. Leone ci lascia intendere che si tratta del tempo che trascorre dalla consacrazione alla comunione?
Francesco deve aver mangiato “qualcosa” che ha lasciato il segno. Non dunque il serafino, ma il Cristo stesso gli imprime i suoi segni e senza alcuna spettacolarità, in un sovrano silenzio. Immagina dunque che il prete Leone dopo poco tempo si volta con l’Agnello di Dio e gli offre il corpo di Cristo da mangiare.

“Francesco mangia. Gusta, mangia, il Corpo divino di Lui è nel corpo di lui umano, e non dobbiamo dimenticare che egli ha mangiato con la carne una carne crocifissa, l’anima ubbidiente fino alla morte nell’anima ubbidiente, lo spirito abbandonato nello spirito abbandonato, il Signore crocifisso è nel suo servo”.

Qui la cosa si fa interessante, perché accorgersi della spiritualità di un santo deve accadere necessariamente osservando ciò che vive mentre lo vive.
Non riceve dunque le stimmate perché si mangia il cervello di pensieri devoti o si consuma con meditazioni, non per la sua povertà né per il suo impegno nel sociale. Niente pensieri, dunque, niente idee, niente valori, piuttosto “la volontà”: lui e Lui insieme. “Non sappiamo i tempi, ma quel Corpo è assimilato dalla digestione, lentamente, da un corpo abituato a mangiare pane senza gustare il companatico e il Corpo assiepato di Scrittura…” in cui fruga la volontà di Colui a cui si affidò: “Cosa vuoi tu che io faccia?”.

La vita diventa un lungo, continuo prepararsi “finché Egli venga” ed un desiderio continuo “che Egli venga”, perché ” nella messa egli solo opera, e ciò che opera lo compie come piace a Lui”.
Possiamo accennare qualcosa della spiritualità che ne viene fuori, con le preghiere del rito: “la preghiera Supplices pregava del Corpo di Cristo: repleamur, possiamo essere riempiti, e proseguiva: adhæreat visceribus, aderisca alle viscere”. “Immagina che il fenomeno cominci e frate Leone non se ne accorga, intento nella purificazione dei vasi sacri, e prosegua sempre più, man mano che la comunione al corpo crocifisso aderisce al corpo di Francesco, ‘quando l’anima è congiunta al Signore nostro Gesù Cristo per mezzo dello Spirito santo’ (EpFid1 1,8).

“Attenzione qui: non dice si congiunge, cioè congiunge se stessa, ma è congiunta, è un passivo, è ciò che fa lo Spirito Santo. Non più come due distinti si vedono, ma come due che diventano uno si percepiscono per contatto… Lo Spirito santo mescola senza confondere un corpo nella carne dell’altro corpo. Le stimmate si aprono perché Cristo e il suo servo vivono l’uno nell’altro”.

Tu, come immaginavi l’impressione delle stimmate?

 

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