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Cosa sappiamo della sparatoria di Las Vegas?

David Becker | GettyImages North America | AFP
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Un lupo solitario che ha potuto armarsi con davvero troppa facilità. Esclusa quasi definitivamente la pista del terrorismo internazionale, le indagini proseguono

Al momento il bilancio di quella che ha già raggiunto il triste primato di peggior massacro con armi da fuoco della storia americana è di 59 morti e 527 feriti. Un uomo di 64 anni ha aperto il fuoco durante un concerto di musica country a Las Vegas nella notte di domenica scorsa. Stephen Paddock, questo è il suo nome, ha sparato dalla sua camera al 32esimo piano Mandalay Bay Hotel. Oltre 22 mila persone stavano assistendo a un concerto nel terzo giorno del Route 91 Harvest Festival. Testimoni hanno riferito che l’assalitore si è fermato, probabilmente per ricaricare l’arma, prima di riprendere a sparare. Il cantante country Jason Aldean – che era sul palco in quel momento – ha proseguito per 45 secondi prima di rendersi conto dell’accaduto e interrompere il concerto. Paddock è stato trovato morto suicida nella sua camera dalle forze di polizia.

Dove è avvenuta la sparatoria del primo Ottobre:

Chi era l’assaltatore?

L’autore dell’attacco è stato definito un “lupo solitario” dalle forze di polizia ed era nato il 9 aprile 1953. È morto suicida a poche ore dalla strage. Il killer aveva con sé ben 23 armi da fuoco nella propria stanza d’albergo, da cui ha sparato sulla folla. Stephen Paddock era originario di Mesquite, in Nevada, a 130 chilometri a nord est di Las Vegas. Le ragioni del suo gesto non sono ancora chiare.

Non risulta nulla nella banca dati della polizia: nessun arresto, nessuna telefonata contro di lui, nemmeno una multa stradale. Non aveva alcuna affiliazione politica o religiosa e «non c’era alcuna indicazione che potesse fare una cosa del genere» ha detto il fratello Eric Paddock intervistato dal Mail on line. «Era uno normale. Qualcosa deve essere successo, deve aver perso la testa, siamo scioccati». Eric vive a Orlando in Florida. I due non si sentivano spesso (Avvenire).

Ma l’ISIS non c’entra

Nonostante sia ormai prassi che ogni attentato che venga perpetrato in Occidente venga poi proclamato dal sedicente Stato Islamico come una propria azione, questa volta nessuno ci crede. Paddock sembrerebbe il classico “wasp” (white anglo saxon protestant) e i riferimenti ad una sua recente conversione sembrano più pretestuosi che altro.

Le indagini su Joseph Paddock forniranno probabilmente nuovi elementi. Un’analisi del suo cellulare, per esempio, potrebbe rivelare se fosse iscritto ai canali Telegram solitamente utilizzati dallo Stato Islamico per la sua propaganda e per comunicare con i suoi affiliati. Ne esistono diverse centinaia e di solito chi condivide l’ideologia dell’ISIS ne segue a decine, per avere le ultime novità e per condividere i temi della propaganda.

[…] L’insistenza dell’ISIS sta interessando molto gli analisti proprio perché è insolita, soprattutto in una circostanza in cui non è ancora emersa la minima prova su legami tra Paddock e il jihadismo. Anche anagraficamente l’autore della strage sembra essere fuori dal classico target dell’ISIS, considerato che non ci sono notizie di affiliati identificati negli Stati Uniti che avessero più di 55 anni. Di solito lo Stato Islamico fa breccia con la sua propaganda e la sua ideologia tra gli adolescenti e i giovani adulti, mentre raramente interessa e coinvolge persone sopra i 60 anni come Paddock, soprattutto all’estero (Il Post).

Il problema delle armi da fuoco

L’ultima strage con armi da fuoco era stata quella di Orlando, un anno fa, quando un uomo – che poi si era dichiarato affiliato allo Stato Islamico – di nome Omar Mateen aveva fatto fuoco all’uscita da una discoteca frequentata in special modo da omosessuali, uccidendone 49. Quella di Las Vegas – come detto – infrange questo triste primato portando le vittime a 59 e riaprendo (come sempre con scarso successo) il tema della facilità con cui negli USA sia possibile ottenere armi da fuoco. In particolare il Nevada, lo stato dove si trova Las Vegas, è probabilmente il più permissivo degli stati americani per quanto riguarda la legislazione sulle armi:

Le persone possono portarle ovunque e non devono registrarsi come possessori di armi. Quando qualcuno acquista armi sono effettuati dei controlli sul suo passato, ma è possibile vendere armi anche privatamente. Lo stato del Nevada non vieta armi d’assalto, che includono anche quelle automatiche o semiautomatiche (Avvenire).

Il Presidente Donald Trump su Twitter si è limitato alle condoglianze alle famiglie delle vittime

Tuttavia il problema delle migliaia di morti ogni anno in conflitti a fuoco nei confini americani non può non dipendere anche dal fatto che negli USA circolano non meno di 300 milioni di armi da fuoco, ovvero una media di una a persona neonati inclusi. La testata online Vox ha creato alcuni grafici basandosi sui dati pubblicati dall’organizzazione Insurance Institute for Highway Safety (Iihs), dal sito web iCasualties.org e dalla banca dati Wisqars del Cdc (Center for Desease Control and Prevention).

(Il grafico che paragona il numero dei morti da arma da fuoco ai morti per Aids, overdose da droghe illegali, guerre in Iraq e Afghanistan e terrorismo messi insieme).

Come spesso accade dopo un fatto di sangue come questo viene chiamata in causa la potente lobby delle armi, la NRA che da anni blocca il Congresso statunitense dal prendere in esame provvedimenti restrittivi sul possesso delle armi.

Il cordoglio della Chiesa

Monsignor Joseph Anthony Pepe vescovo di Las Vegas in una dichiarazione ha lanciato un invito alla preghiera in tutto il mondo per sanare le “ferite” e porre fine alla violenza”. “I nostri accorati pensieri”, ha scritto il vescovo di Las Vegas “vanno a tutti. Preghiamo per i feriti, per chi ha perso la vita, per il personale medico e per i primi soccorritori che, con coraggio e sacrificio, hanno aiutato così tanti. Siamo anche molto rincuorati dalle storie di tutti coloro che si sono aiutati in questa emergenza. Come ricorda il Vangelo della Messa del giorno, siamo chiamati a essere i moderni Buoni Samaritani. Continuiamo a pregare per tutti a Las Vegas e nel mondo le cui vite sono distrutte da eventi di violenza quotidiana”, mentre il Papa ha assicurato “vicinanza spirituale a tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia insensata”, lo riferisce la Radio Vaticana.

Una figura paterna scomoda

Secondo il quotidiano Repubblica il padre di Stephen Paddock, Benjamin, è stato un ricercato dell’FBI  dopo la sua evasione dalla prigione federale di La Tuna, in Texas, dove Paddock stava scontando una pena di 20 anni per due rapine effettuate a Phoenix, per un bottino complessivo di circa 25mila dollari. Stephen all’epoca aveva 8 anni.

 Nel manifesto diffuso dall’F.B.I. nel 1969, Paddock viene descritto come uno “psicopatico con tendenze suicida. E’ molto pericoloso e da considerarsi armato”. Benjamin Paddock è stato arrestato nuovamente alla fine degli anni Settanta, poi rilasciato per buona condotta dopo un anno di custodia. Appassionato giocatore di bridge, Paddock ha provato a guadagnarsi da vivere aprendo un Bingo, ma non è riuscito a teneresi a lungo lontano dai guai: è stato accusato di estorsione negli anni Ottanta e ha evitato il carcere pagando una sanzione di 623mila dollari. Paddock è morto nel 1998 in Texas.

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