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Identità e dialogo: la proposta dell'ultimo libro di Mario Adinolfi

IMMIGRATI NAVE

AFP PHOTO / MARINA MILITARE

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 29/09/17

Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni.

Per questo, osserva Adinolfi nel suo libro, “o capiamo o moriamo”.

Che cosa c’è da capire

Dunque si tratta di un’ennesima rassegna del dolore? No: fra i diversi generi praticati dall’autore non spicca la predica fustigatoria, e il senso dell’opera vuole proprio schivare l’irrilevanza dell’analisi con la tempestività dell’azione, secondo il detto di Chesterton: «È inutile gridare quando l’irreparabile è avvenuto». Stando ad Adinolfi, dunque, l’irreparabile non è (ancora) avvenuto, e – a dispetto di quanto strillano certi profeti di sventura – non saranno i migranti ad affondare la nostra civiltà, se non la tireremo a picco noi. Ieri Emma Bonino ardiva ancora celebrare la “giornata dell’aborto” (e chiedeva la “ambulatorizzazione” dell’aborto!), quando neanche un anno fa esprimeva – intervenendo in un canale televisivo arabo – la necessità che i flussi migratori intervengano a colmare il deficit demografico italiano. Nella fattispecie, era l’8 febbraio 2017 e la radicale ammetteva che per sostenere il welfare italiano occorre favorire l’ingresso in Italia di 1,6 milioni di migranti fino al 2025. Difficile non pensare come senza l’aborto, che la stessa Bonino ieri “celebrava” (cosa orribile anche solo a pensarsi!), dal 1978 in qua esisterebbero circa sei milioni di italiani, che invece sono stati trucidati in modo “legale e sicuro”, e di questi almeno due milioni sarebbero già oggi forza lavoro attiva nel sostenere il welfare.

Questo dovremmo capire, dice Adinolfi nel libro: che

non facendo figli e morendo con irritante facilità (il 2017 […] fa segnare un doppio picco negativo, sia tra i nuovi nati che tra i morti) per uno, due, tre anni consecutivi creiamo le condizioni spaziali per far approdare sulle nostre terre gli “stranieri” […].

E il problema non sono gli stranieri, ma la nostra ingenuità nel pensare di poterli integrare nel nostro vuoto valoriale: il vuoto non integra, non può farlo – viene semplicemente riempito.

Una vera giustizia sociale

Quanto agli stranieri, anzi, va detto – e Adinolfi lo scrive – che ai loro danni si consuma un’ennesima ingiustizia: da una parte infatti diventano manovalanza a buon mercato (leggasi “schiavi”) che abbassa il costo del lavoro e permetterà alle imprese (nonché allo Stato) di tenere basso lo stipendio medio (anche il “nostro”, si capisce); dall’altra sottraggono forza lavoro decisiva proprio a quei Paesi in via di sviluppo che molto più di noi ne avrebbero bisogno.

Ho visto con i miei occhi i meninos de rua brasiliani dare la caccia agli stranieri per derubarli e poi magari ucciderli dove la vita non vale un cruzeiro […]. Ma era anni fa, oggi il Brasile è la settima economia del pianeta per Pil nominale, così come la poverissima India si è modernizzata ed è diventata la decima economia mondiale. Perché? Perché in Italia è difficile che incontriamo un migrante brasiliano o russo o indiano. Lo incontriamo nigeriano, congolese, della Sierra Leone: giovane, maschio, forte. Sapete chi è? Semplicemente è l’occasione di futuro che la | Nigeria, il Congo, la Sierra Leone hanno. E che non hanno più se migra qui da noi.

Ivi 109-110

Tutt’altro che un libro ideologico, dunque: nello scontro tra forze politiche che giocano al tiro alla fune sullo ius soli il “libretto verde di Adinolfi” propone una terza via, che sfugge ai poli della contesa e provoca a una risposta due volte affermativa. Affermativa verso chi migra (perché ha diritto a migrare) e affermativa verso chi si assume la responsabilità storica di accogliere e integrare dei migranti – noi.

Un’identità accogliente

La proposta culturale di Adinolfi ha un fascino innegabile, accresciuto dal fatto che pare fondarsi su analisi accurate e minuziose di una gran mole di dati. La pressione esterna delle massicce migrazioni evidenzia ruvidamente la depressione interna di una civiltà il cui “stile di vita” (sintagma spesso ripetuto e mai definito) sembra di fatto coincidere col “diritto all’aperitivo” – nella migliore delle ipotesi.

La realtà è che urge una rapida e decisa conversione valoriale del nostro mondo – conversione che da oriente a occidente non sembra latitare completamente, peraltro… – per poter tornare in sella al nostro destino, come il santo cavaliere di Tours, e avere di nuovo un mantello da offrire al povero. Quel mantello che è la nostra storia e la nostra identità accogliente: Cristo ce ne ha fatto dono, ancora Cristo ci ispira il desiderio di condividerla; sempre Cristo infine la riceve nel povero.

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mario adinolfi
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