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Identità e dialogo: la proposta dell’ultimo libro di Mario Adinolfi

IMMIGRATI NAVE
AFP PHOTO / MARINA MILITARE

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“O capiamo o moriamo” esce autoprodotto e scala rapidamente le classifiche Amazon. In qualche modo è il sequel di un altro bestseller, ma mostra segni inediti di una visione globale, l’ambizione di una lettura che mette insieme molti dati

Non sono xenofobo, non potrei davvero esserlo. Ho un passaporto straniero anch’io, ho passato e passo molto del mio tempo fuori dai confini nazionali italiani tanto da conoscere bene il senso di disagio, di inadeguatezza e di nostalgia per la propria patria e le proprie abitudini che assale chi è lontano da casa sua. Dunque non pongo il tema in termini ideologici o, peggio che mai, razzisti. Semplicemente studio i dati e mi pare di osservare che senza dubbio siamo seduti su quattro bombe pronte a esplodere: la bomba religiosa-identitaria, | quella terroristica, la bomba demografica e quella criminale. Dobbiamo solo provare a prenderne atto, capire i fenomeni, provare a porre rimedio. Altrimenti, se non capiamo, le bombe hanno la tendenza ad esplodere e se ci sei seduto sopra, ti uccidono.

Ivi 92-93

Il discorso di Adinolfi mi ha ricordato, per quello strano misto di levità, amarezza e gravità ironiche che ne promana, una battuta di monsignor Colombo da Priverno, protagonista di uno dei miei film preferiti (In nome del Papa Re, di Luigi Magni). Al domestico che gli pone svariate domande sull’esito della guerra (la storia si svolge nel 1867, durante le ultime fasi della Terza guerra d’Indipendenza), il prelato risponde disincantato:

A Serafi’, qua non finisce tutto perché arrivano gli Italiani: qua arrivano gli Italiani proprio perché è già finito tutto.

Così la bellezza di O capiamo o moriamo sta nel fatto che il saggio sembra capace di trattare con realismo i dati sociologici e statistici delle epocali maree migratorie in atto; ma componendo in filigrana un – tanto più prezioso – trattato sull’identità italiana e occidentale. E diventa sempre più chiaro cosa c’entri la questione del padre al cuore del libro: il testo parla di una patria – italiana ed europea, ma anche atlantica e slava – e stando a san Giovanni Paolo II e al Catechismo della Chiesa cattolica amare la patria (cioè “la terra dei padri”) significa onorare il quarto comandamento.

Nel morso di una tenaglia

La lezione di Adinolfi è radicalmente impossibilitata a declinarsi in modo islamofobo o xenofobo per due ragioni: anzitutto semplicemente perché è cristiana; in secondo e derivato luogo perché pone la questione identitaria in termini autocritici. Vale a dire che il confronto tra la pressione esterna (demografica, identitaria, religiosa…) e la depressione interna (inverno demografico, nichilismo pratico, scetticismo di maniera…) mostra che il terrorismo internazionale non è tanto un effetto diretto dell’immigrazione, come altri sostengono, quanto un effetto collaterale dell’erosione interna dell’Occidente.

No – dice l’autore –, non si può vincere questa battaglia contro persone che sono pronte a uccidere e a morire loro stesse [si allude agli attentati terroristici, al cui elenco il libro dedica un doloroso compendio di mere date che occupa 21 pagine…, N.d.R.], proponendo il diritto all’aperitivo compulsivo e alla cannetta libera. No, così si muore. Stringerci in un patto valoriale alto, rivolgerci alle nostre radici, proporre ai giovani il radicalissimo “sballo” di scelte che guardano all’infinito partendo dalla grandezza della nostra storia, del chi siamo stati e di chi possiamo essere […]. Affrettiamoci a dire sì, perché dietro l’angolo del vuoto di valori che noi lasciamo, c’è l’invasione di questo vuoto.

Ivi 90

Il problema dunque non è tanto che sia in atto un così macroscopico fenomeno migratorio, ma che esso trovi davanti a sé il vuoto. Il nostro vuoto. Quale vuoto, nella fattispecie? Adinolfi ha la passione dei numeri, lo ricordavamo, e i numeri hanno il vantaggio di saper essere chiari fino alla brutalità:

Al 31 luglio 2017 la popolazione carceraria italiana è composta da 56.766 persone, gli stranieri sono 19.373. L’8% della popolazione residente in Italia genera il 34% della popolazione carceraria. Chi vince il campionato del mondo dei detenuti? Il Marocco con 3.651 incarcerati. Vince per distacco pur non essendo la comunità straniera più presente in Italia, i romeni sono il triplo (quasi 1,2 milioni contro poco più di 400mila) e anche gli albanesi sono di più. Ma i marocchini dominano nelle carceri. Perché? Perché spacciano droga. Indovinate un po’, il “marocchino” che il 21% dei nostri figli adolescenti fuma mentre va ancora a scuola, se lo va a comprare da un marocchino che lo importa direttamente dalla sua terra natia, prevalentemente dalla valle del Ketama, dove un chilo di prodotto purissimo costa 1.000 euro e opportunamente tagliato dai pusher che lo vendono a 14 milioni di italiani tra i 15 e i 34 anni rende venti volte tanto. Per 3.651 marocchini incarcerati ce ne sono decine di migliaia che nei parchetti, nei bar, davanti a locali e discoteche, persino direttamente davanti alle scuole, serenamente spacciano […]. La | maggioranza dei cittadini di queste comunità è certamente composta da persone oneste, ma una percentuale considerevole attende la liberalizzazione del mercato della droga per fare affari d’oro direttamente con il nostro Stato in qualità di fornitori di materiale pregiato. E se il nostro Stato spacciatore non li vorrà, alimenteranno un mercato nero di cui saranno sempre padroni, per ragioni di prezzo e di qualità del prodotto.

Ivi 95-96

Discorso analogo si fa per la prostituzione, il cui racket sta prevalentemente in mano ai nigeriani: il problema dunque non è che gli immigrati siano cattivi in quanto comportano un’offerta di droga e prostituzione; il problema è che la nostra società è pertinacemente immersa in un’alienazione di porno- e narcodipendenza e che quanti hanno in carico la cosa pubblica non avvertono minimamente l’urgenza di invertire la rotta. Anzi, sono tutti intenti ad allargare la carie dell’anima occidentale. Ragion per cui il 25 novembre 2014 Papa Francesco aveva detto, prendendo la parola nel Parlamento europeo a Strasburgo:

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