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Un millennial maschio rivela cosa pensa della mascolinità

J.P. Mauro - pubblicato il 29/09/17

John Wayne è out, ma non tutti vogliono (o possono) essere tizi dalla voce dolce in jeans attillati

Cos’è un uomo?

Come maschio “millennial” penso che sia una domanda che vale la pena di porsi, perché sta diventando difficile definirlo a livello sociale. Definizioni come “mascolinità tossica” appaiono qua e là, ma servono un’ideologia. Non penso che la maggior parte delle persone creda che gli uomini siano intrinsecamente negativi, o pericolosi, tossici o oppressivi.

Come millennial, ad ogni modo, ho visto come la nostra società, la nostra arte e i nostri media hanno iniziato a offuscare le idee tradizionali di ciò che costituisce un uomo. John Wayne è ormai out, ma non tutti vogliono (o possono) essere tizi dalla voce dolce in jeans attillati.

Quando stavo crescendo, un ragazzo che aveva superato i vent’anni (come me) che viveva ancora a casa con i genitori era sospettato di essere debole o ambiguo. Se fosse stato tutto a posto si sarebbe sposato, avrebbe cercato la sua prima casa e avviato una famiglia, no?

Io non sono debole, né ambiguo. Sono un tipo onesto che cerca di agire bene, ma non sono neanche lontanamente vicino a fare nessuna di queste cose.

La verità è che non mi sento ancora un uomo. Nella mia testa, e finché non mi guardo allo specchio, mi considero un ragazzo.

Mi piace più guardare un film sui supereroi che vedere un nuovo thriller politico. Gioco ai videogames più che andare in un club. La mia ragazza mi riporta costantemente alla realtà quando la mia mente vaga perché sto esplorando una nuova stanza per cercare la migliore via di fuga nel caso in cui gli zombie (o dei delinquenti) dovessero fare irruzione dalla porta.

Cucinare è fuori discussione. Se non riesco a tirare fuori qualcosa dal frigorifero e a metterlo subito sotto i denti resterò con la fame. Se vado a mangiare fuori finisco inevitabilmente per ordinare un hamburger. Non è che non apprezzi il buon cibo, ma sono impaziente, e troppo utilitaristico. La funzione del mangiare per poi mettere da parte la questione cancella il piacere di indulgere in qualcosa di più raffinato.

È un paradosso: sembra come se io sia felice di prendere le cose con calma e di rilassarmi, e tuttavia non vedo l’ora di finire di fare una cosa per passare a quella successiva. Ma non sono mai sicuro di quale sia la cosa verso la quale mi sto muovendo.

Non sono interessato a una carriera tradizionale, con un cartellino da timbrare o un ufficio-scatola in cui trascorrere un terzo della mia vita. L’ho già visto fare ai miei genitori. Ho visto le ricompense, i sacrifici, le ingiustizie e l’incredibile quantità di stress che derivano dal dedicare la propria vita ad una azienda e tutto questo mi ha lasciato una scarsa inclinazione a cercare una posizione di prestigio, indipendentemente da quanto possa essere allettante lo stipendio.

Una buona retribuzione è la via per la libertà, mi è stato detto, ma è una libertà che in realtà costa molto, ed è un costo che non sono sicuro di voler pagare.

Questo significa che non sono ancora un uomo?

Ecco l’aspetto più strano: non ho iniziato così. Ero un ragazzino molto industrioso. Ho ottenuto il mio primo lavoro, in un asilo nido, quando avevo 12 anni. Ho avuto delle responsabilità in una canonica fino a 17. Non sono mai stato senza lavorare. Sono uno scout e (nominalmente) un Cavaliere di Colombo. Sono andato all’università, ho preso la laurea – che pende sul mio letto come la spada di Damocle – e sto pagando diligentemente i prestiti agli studenti con dei lavori part-time. Dentro di me ci sono i “semi” della mascolinità tradizionale e non li ho mai rifiutati coscientemente.

Ma qualcosa è cambiato, non solo per me, ma anche per i miei contemporanei. La maggior parte di noi vive ancora a casa; qualcuno si è sposato, ma per la maggior parte siamo ancora celibi. Perché non siamo andati avanti?




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L’unica spiegazione a cui riesco a pensare è che la mia generazione sia stata delusa dalle discrepanze tra come ci era stato presentato il mondo e la realtà. Abbiamo visto le Torri Gemelle cadere quando eravamo più impressionabili, abbiamo visto politici, dalla Presidenza in giù, perdere la loro levatura, come i nostri eroi sportivi.

C’è una frase de Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan che dice: “O muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”. La mia generazione sa che è vero.

Le illusioni per noi sono crollate. Forse il motivo è che siamo la prima generazione di Internet con tante informazioni, tanta esposizione alla debolezza umana, al peccato e alla miseria.Forse siamo solo sopraffatti, e stiamo facendo un passo indietro.

Non so dove sarò tra cinque anni e non lo voglio neanche sapere. Una casa nei sobborghi con una staccionata perfetta mi sembra un ammonimento sinistro.

E tuttavia voglio sposarmi, un giorno. Voglio avere una famiglia mia, essere padre. Capisco il valore di una famiglia forte perché ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di questo tipo. Comprendo il valore della fede perché sono stato allevato nella fede.

Un oggetto a riposo tende a stare a riposo, ma per noi un oggetto in movimento tende a muoversi verso il riposo. Non è un bene, lo so. I miei amici millennials lo sanno. Siamo solo un po’ incerti circa le prossime azioni da compiere.




Leggi anche:
L’uomo inutilmente maschio: il frutto di una società che ha cancellato la virilità

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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