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La morale dell’Amoris lætitia è tomista. Che cosa intende dire il Papa?

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Viene pubblicata su La Civiltà Cattolica la trascrizione di un colloquio privato avuto tra Papa Francesco e i gesuiti che gestiscono il santuario di san Pedro Claver a Cartagena. In un passaggio il Santo Padre evoca “quelli che criticano Amoris lætitia”

Dietro a una chiara oggettività del bene e della verità, l’Esortazione evidenzia il progresso nella conoscenza e nell’impegno a compiere il bene dell’uomo «in via». L’invito alla sequela Christi, nel quotidiano della famiglia e del matrimonio, permetterà concretamente alla regola di divenire esigenza dell’amore man mano che cresce. È l’intera esperienza della vita cristiana. Ci troviamo all’opposto di una morale della situazione, in cui la norma è sempre percepita come estrinseca all’atto compiuto: essa si colloca al livello dei princìpi generali a profitto esclusivo, nella gerarchia dei valori, dei valori della personalità. In una morale della situazione il soggetto si affranca dalla norma oggettiva, considerata in maniera astratta, a vantaggio di un pragmatismo di circostanza. Ci troviamo in un sistema a doppia verità morale: l’ideale e l’esistenziale. In una morale delle virtù, sottolineata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, la morale e i suoi princìpi si ritrovano nell’azione sotto condizionamento della prudenza e non della conoscenza teorica. «La verità sul bene morale, dichiarata nella legge della ragione, è praticamente e concretamente riconosciuta attraverso il giudizio prudente della coscienza» (CCC 1780). La giustezza morale di tale atto concreto include inseparabilmente la ricerca della norma oggettiva che si applica alla complessità del mio caso — che non è mai così semplice come lascerebbe supporre un’analisi astratta dell’atto esteriore — e il radicamento delle virtù che portano a compiere il bene percepito. Si tratta del punto nodale della delucidazione dei rapporti tra oggettivo e soggettivo che le morali dell’obbligo come le morali della situazione non sanno onorare.

Vere boccate d’ossigeno, in una contesa menata a suon di “ma allora se un divorziato convive e viene e chiede…”: né il “tu devi!” né il “dipende dal contesto” sanno onorare – ha spiegato il cardinale domenicano – «i rapporti tra oggettivo e soggettivo». Perché una cosa non è veramente buona se non è buona per me, e naturalmente non può essere buona per me se è cattiva in sé. Non hanno un ubi consistam, quindi, le obiezioni alla morale di Amoris lætitia che inducono il sospetto di un cedimento morale del Magistero, come se Dio davvero comandasse a un peccatore di fare il male. La questione è che Dio, nel salvare l’uomo, gli chiede non “un bene” né “il bene”, entrambi astratti, ma “il bene possibile”. Per questo il salmo dice “Corro la via dei tuoi precetti / perché hai dilatato il mio cuore” [Sal 118 (119), 32] e una santa comunissima donna come Chiara Corbella viene oggi citata da moltissimi cristiani con i suoi “Piccoli Passi Possibili”. Davvero desta stupore che la Chiesa viva quotidianamente queste realtà e poi risulti incapace di comprenderne la formulazione teoretica.

L’oblio delle virtù

Ma giustamente Schönborn, che è uno studioso serio, non pone la questione nelle mere fila delle contrapposizioni di secoli or sono: anche Max Scheler e il personalismo in genere, nel XX secolo, hanno riproposto con forza e convinzione una etica delle virtù, per salvare Aristotele e Tommaso dal neotomismo come il Cacciatore deve salvare Cappuccetto e la Nonna dal Lupo. Sono infatti Aristotele e Tommaso i più grandi sistematizzatori, in Occidente, di questo assioma: se l’etica ha il compito di renderci felici, essa potrà realizzarlo solo adattandosi a noi e rendendoci progressivamente sempre più facile, piacevole e gioioso l’esercizio di una virtù.

Perché quanti di noi, nel XXI secolo ormai avviato, saprebbero rispondere alla domanda secca “che cos’è una virtù?”. Nove risposte su dieci suonerebbero, invariabilmente: «È un buon modo di comportarsi». No! Questa è una depravazione precettistica e situazionistica della virtù: la virtù non è un bigino di bon ton – essa è anzitutto e soprattutto un abito (come il vizio, del resto), cioè un complesso di acquisizioni psicosomatiche e spirituali che nel tempo divengono sempre più connaturali all’essere umano. Acquisizioni di valore positivo costituiscono un abito virtuoso, acquisizioni di valore negativo costituiscono un abito vizioso: l’effetto primario di questi due abiti è che chi indossa il primo è una persona tendenzialmente gioiosa, chi indossa i secondi trasuda tristezza, rancore e invidia (anche per questo riesce difficile prendere sul serio quanti sproloquiano di “intrinsece malum” con la bava alla bocca – oltre che, spesso, senza conoscere il latino che biascicano).

Anche per questo, però, vale la pena di riportare per intero la risposta di Schönborn alla domanda “abbiamo bisogno delle virtù?”:

Ne abbiamo bisogno, perché il bene colto dallo spirito metta radici in noi e possa essere colto come bene per noi… la prudenza, il retto giudizio, il buonsenso che deriva da tutta una catena di elementi che si sintetizzano nella persona, al cuore della sua libertà… le concezioni inadeguate che condizionano la libertà… le tendenze e le ferite dell’infanzia… l’ Amoris laetitia è il grande testo di morale che aspettavamo dai tempi del Concilio e che sviluppa le scelte già compiute dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) e dalla Veritatis splendor. Probabilmente solo un gesuita poteva onorare con tanto acume e lucidità l’alchimia del singolare e dell’universale, del condizionamento e della norma nella dinamica dell’atto morale. Mi colpisce vedere fino a che punto Papa Francesco abbia toccato il nocciolo della morale tomista parlando della morale di amicizia. Si tratta davvero del gioco di due libertà che s’incontrano. Tutto il dinamismo dell’amicizia non può dipendere dall’obbligo esteriore, ma dall’esigenza interiore. È l’esigenza dell’amore a orientare il cammino dell’Amoris laetitia. Nulla è più esigente dell’amore. Si può seguire una legge dall’esterno, senza mettervi il cuore, solo per obbligo. Mentre non si può vivere l’amore di amicizia senza che sia pienamente messa in gioco la libertà.

Ora che abbiamo potuto rileggere questa bella intervista, ma (su diretto invito di Papa Francesco) in riferimento alle polemiche sulla ricezione di Amoris lætitia, abbiamo carburante a sufficienza, forse, per lasciarci nettamente alle spalle certe sterili logomachie da social network, che mentre dànno a chi le alimenta la sensazione di star facendo qualcosa di “oggettivamente giusto” costruiscono invece degli abiti viziosi che rendono infelici e lividi quanti li portano.

Se posso aggiungere un riferimento a una mia personale opinione, che è come leggo le dinamiche ecclesiali in atto in merito ad Amoris lætitia, tornerei a dire che quel testo

Papa Francesco l’ha volutamente e studiatamente lasciato in condizione di essere letto in modo perfettamente ortodosso (e anzi che approfondisce metodologie e finalità dell’agire pastorale) oppure travisato e distorto per fini eversivi e “novatores”. Penso che abbia operato questa scelta per osservare il protrarsi della dialettica ecclesiale (è la lettura che do di AL 3), riservandosi il ruolo di arbitro supremo che compete nativamente al ministero petrino della cattedra romana.

E me ne ricordo proprio leggendo la prima risposta data dal Papa ai confratelli colombiani. Ecco il passaggio, che suona facilmente evocativo:

Ma c’è qualcuno di noi che può dire: «Ti ringrazio, Signore, perché non mi sono mai sbagliato»? No. Il popolo di Dio ha fiuto. E a volte il nostro compito di pastori consiste nel metterci dietro al popolo.

Curioso che quanti restano scandalizzati da questa frase – perché non si addice al Papa seguire il gregge, ma sempre e solo guidarlo alla sua testa! – poi non facciano altro che pretendere che lui li segua…

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