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L’angoscia costante e ossessiva di finire all’Inferno nasconde forse una patologia?

© Emmanuel DUNAND / AFP
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Chi ha fede e prega per paura del giudizio di Dio rischia di vivere un disagio psichico. Perchè stravolge a modo suo l'azione divina

Un nostro lettore ci scrive:

“…Ovviamente per me che soffro di ansia fortissima… l’Islam che minaccia di mandare all’inferno chi non crede nella sua religione è terribile d’altronde qualsiasi religione che mi minaccia di mandarmi all’inferno se non credo in lei ottiene attenzione da me perché mi crea angoscia terribile! È bruttissimo….e se Dio ci vuole infelici ed è cattivo? Potete capire la mia situazione!! Grazie di cuore”

A.

Questa paura dell’Inferno e del giudizio divino nasconde una patologia? Il professore Giuseppe Crea, docente di psicologia alla Pontificia Università Salesana spiega ad Aleteia perché una persona inizia ad avere una paura del genere.

LA PUNIZIONE “POSITIVA”

«La paura di una punizione – premette Crea – può avere un carattere educativo perché permette alla persona di prendere coscienza dell’errore commesso e al contempo di provvedere a riparare il danno commesso. La punizione quindi non ha solo un carattere restrittivo ma diventa motivo di confronto in vista di un cambiamento».

UNA VALENZA “NON EDUCATIVA”

Nella teologia della Chiesa, prosegue il docente, il richiamo costante ai Novissimi, ovvero alla vita nell’aldilà, all’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso, oltre ad evidenziare il destino finale di ciascun uomo «ha anche una valenza educativa che dà alla persona una prospettiva di crescita».

Se invece l’individuo vive tale prospettiva «in termini punitivi e restrittivi, quindi limitanti la sua libertà di scegliere il bene, si allontana da questa visione. Allora anziché essere un’occasione per crescere verso la comunione con Dio diventa motivo di ripiegamento su di sé e sulle proprie paure».

MODO “PERSONALIZZATO” E “AUTOREFERENZIALE”

Quando Dio viene vissuto punitore e dispensatore di castighi, «la paura dell’Inferno diventa un modo personalizzato e autoreferenziale di guardare all’azione di Dio».

Personalizzato perché «risponde a dei criteri personali di riferirsi a Dio, a seconda della propria storia personale e delle abitudini apprese nel modo di concepire la ricompensa, il perdono, la punizione.  La persona ha imparato a subire il torto della propria manchevolezza, e tende a mantenere una distanza riparatrice nei confronti di Dio per evitare di coinvolgersi in un cammino di conversione».

Tale modalità è anche altamente autoreferenziale perché «mette al centro i propri interessi (la paura porta a chiudersi nel proprio mondo fatto di insicurezze), ed è in riferimento ad un proprio “tornaconto” personale: addebitando a Dio-punitore la responsabilità del male, ci si esime dal prendersi la responsabilità di cambiare il proprio modo essere, fatti per il bene».

IL BENE DIVENTA UN PERICOLO

Questa concezione sbagliata dell’azione divina che degenera in preoccupazione, ha un suo sbocco. Il timore di subire un giudizio divino negativo al momento della morte.

«Il giudizio universale – sottolinea Crea – è il bene a cui si rivolge la creatura che è in continua ricerca del Creatore. Il bene massimo per l’incontro finale con Dio, la venuta del Salvatore che riporterà ordine del disordine. Tutto questo fa parte della teologia escatologica della Chiesa. Se la persona ha paura di tutto questo, vuol dire che ci sono delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali che  l’hanno portata a vedere il bene come pericoloso, e ad abituarsi invece a vedere nell’accettazione paralizzante del “male” una soluzione estrema per restare passivi e non darsi da fare».

NON CI SI FIDA DI DIO

Il Giudizio Universale, aggiunge il docente di psicologia, «attira l’intero progetto di Dio per l’umanità, perché dà senso all’esistenza di ogni creatura. Se invece blocca la persona, che ne ha paura, vuol dire che i suoi dinamismi interiori non sono sufficientemente adeguati per fidarsi e affidarsi a questo incontro con l’Assoluto, vuol dire che la persona ha bisogno di “controllare” la bontà di Dio con i propri parametri di giudizio, fatti di diffidenza  e paura».

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