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Sui bordi dell’abisso: degrado, violenza e spettacolarizzazione del dolore

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Ragionando sui recenti fatti di cronaca ci domandiamo se siano un nefasto effetto della crisi educativa

“Sì, sì sono pentiti, troppo, tanto, troppo pentiti. Chiedo scusa per miei figli.”

Dice così il padre di due degli stupratori di Rimini, intervistato e filmato, di schiena, mentre la telecamera indugia su biciclette rotte, rifiuti, muri scrostati.

“Ora forse mi sento meglio. Ora sì, forse mi sento meglio, mi sento liberata”.

Così conclude invece la madre del ragazzo che ha ucciso Noemi, a Specchia in provincia di Lecce. Proprio perché lei, quella ragazzina, è morta. Questo, le darebbe sollievo…

Sullo stesso sito mi imbatto nella tragedia della solfatara di Napoli.

Il bambino si affaccia e viene risucchiato, così anche il padre che vuole salvarlo; lo stesso succede alla madre. Solo un figlio resta illeso perché non si avvicina al buco. Una voragine di 3 metri che ha risucchiato prima il figlio undicenne, poi il padre (45 anni), infine la madre (42 anni). Morti nel fango bollente durante la gita di famiglia. Una morte orribile. Come orribile l’esperienza del piccolo rimasto a guardare e ad urlare.

Mi rincresce usare questa storia solo come immagine. Perché per loro, tutti e quattro, proviamo una pietà che quasi ci sfigura il volto. Un dolore di immedesimazione che misurerebbe 10 sulla scala VAS. Una compassione grande per quel figlio rimasto e la rabbia sbuffante come un cratere di zolfo per chi ha peccato di incuria, di trascuratezza colpevole. Si può dire, anche senza aspettare gli inquirenti. Non doveva essere possibile a nessuno avventurarsi su un suolo così pericoloso.

La loro terribile sorte – incolpevole – mi fa pensare a questa generazione di figli perduti perché genitori incoscienti si aggirano con loro intorno a dei crateri, sui bordi sfrangiati di un abisso.

Il papà del ragazzo pugliese (vi prego, non diciamo fidanzato. Non dev’essere rimasto nemmeno un millimetro della radice semantica della parola se possiamo usarla così) che ha ucciso a pietrate Noemi si era messo a commentare su Facebook il passaggio dello stato sentimentale da “libera” a “ufficialmente fidanzata” della ragazzina, 16 anni. Aveva scritto “un cancro”.

Certo non v’è dubbio che questo non sia il dettaglio più eclatante né decisivo della vicenda eppure ho trovato fosse decisamente inadeguato, strano, incollocabile.

Troppo vicini, questi padri. Troppo poco padri. Quindi lontani. Si può parlare di degrado sociale tout court? Si può ascrivere questa, come altre violenze, al grande capitolo della violenza sulle donne? Si può, di nuovo, mettersi a pescare dal mazzo a carte scoperte dei topoi sul femminicidio? Io ne dissento, ma capisco che in certi casi lo scopo sia mostrare con questa sottolineatura l’aggravante dell’atto. Uccisa come donna, uccisa perché donna e magari non più sua (dell’assassino).

Dissento anche dall’accusa general-generica alla mascolinità. All’aggressività, alla violenza che si dipinge come un mascherone sul maschio tipizzato dalla vulgata politically correct. Eppure qui c’entrano proprio maschi e femmine. E soprattutto padri e madri. Padri poco padri, (magari addirittura complici come ipotizza l’accusa nel caso dell’assassionio e occultamento del povero, giovane cadavere di Noemi) e madri dilaganti?

È solo un gettare il sasso, il mio, in uno stagno largo, fondo e denso di fango.

Invece che nascondere subito la mano, però, mi affido ancora ad un’immagine, non mia ora e nemmeno rubata ad un tragico fatto di cronaca.

C’è una pandemia in corso. L’umano tutto è come febbricitante. E allora, disse il grandemente compianto Card. Caffarra, parlando in realtà di un’altra minaccia specifica (l’ideologia gender) in questi casi, le autorità, le forze dell’ordine e tutto il personale medico qualificato devono di concerto e rapidamente intervenire per cercare di salvare chi è colpito da infezione acuta, ma nel frattempo devono anche mettere in atto misure per estirpare il virus ed impedire che aggredisca ancora in futuro porzioni così grandi di popolazione.

In tutto questo c’è l’altro aspetto, che riguarda l’uso e la diffusione dell’informazione; e ancora il tristo tema del dolore take away, che ormai siamo abituati a vederci servito, quasi ne siamo nostro malgrado ingozzati, da mille sportelli fast food.

Che servizio si potrà mai fare alla verità, anche quella fattuale a comunicare ai genitori del minorenne pugliese che è reo confesso –  e noto a tutti come disturbato e violento – in diretta ? Così han fatto a Chi l’ha visto?

Come vorrei che questa domanda si ritorcesse definitivamente contro questo programma e questo modo di fare tv e informazione!

 

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