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Il vestito, megafono del corpo e dell’anima

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L’abito ci esprime e ci plasma, nella misura in cui definisce il nostro ordine (o disordine) interiore, i nostri sentimenti e atteggiamenti

Al contempo non tutte le uniformi sono… uniformi! Se quella dei detenuti è una “moda piatta” (forzatamente) e quella attuale è una “moda liquida” – il cui minimo comun denominatore consiste, cioè, nell’assenza di elementi comuni – almeno nell’ambito ecclesiastico e militare resta in gran parte valida quella “moda organica”, tipica di una gerarchia viva, visibile nei dipinti medievali che identifica ogni categoria, o status, dall’abbigliamento, non per standardizzare, bensì per esaltarne e ricordarne la funzione.

L’abito del militare parla, dicendoci se è un soldato o un carabiniere o un paracadutista e indicandocene il grado. Così l’abito del sacerdote, del vescovo, del cardinale: a tale proposito ricordo un pretino molto anziano, dall’abito clericale semplice e dimesso e una gran croce pendente al collo a testimonianza di una vita consumata e di una fede testimoniata a caro prezzo tra le “carezze” del comunismo, come mi descrisse in un paio di colloqui che ebbi con lui.

E provai una certa commozione – e sano orgoglio per averlo conosciuto – vedendolo in tv qualche tempo dopo, cambiato d’abito e rivestito di rosso: era il cardinal Ernest Simoni e quella porpora che indossava parlava ancora di lui, del sangue versato quale martire vivente del regime comunista albanese.
L’abito parla, grida chi siamo, anche a chi non ci conosce. Anzi, chi non ci ha mai visto né sentito parlare, intuisce qualcosa della nostra personalità proprio dal nostro modo di vestire. L’abito ci esprime e ci plasma, nella misura in cui definisce il nostro ordine (o disordine) interiore, i nostri sentimenti e atteggiamenti.

Nel suo celebre saggio “Le porte regali” (trad. it., Adelphi, Milano 2009), lo studioso e sacerdote russo Pavel Aleksandrovič Florenskij giunge ad affermare che «“La carne e il sangue non ereditano il Regno di Dio”, ma il vestito eredita» (p. 131), fino a definirlo «un megafono che proclama e amplifica la parola della testimonianza, pronunciata intorno alla propria idea dal corpo» (p. 132).

E, per concludere con la propria idea del corpo, sarà un caso che proprio ai nostri tempi si vada diffondendo quella moda unisex che vorrebbe eliminare dall’abito la primordiale e complementare distinzione tra linee maschili e femminili, per adattarsi ad un corpo indistinto? Se «la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12, 34), le “parole” che fuoriescono dal nostro armadio esprimono in qualche modo, nel bene e nel male, la condizione spirituale dei singoli e delle società.

 

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Tags:
moda
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