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Perché Papa Francesco ha deciso di cambiare le norme per la traduzione dei testi liturgici?

© Patrice THEBAULT / CIRIC
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Per fare in modo che siano le Conferenze Episcopali locali ad attualizzare i testi, sempre nel rispetto della dottrina. La Congregazione per il culto divino potrà solo confermare le traduzioni ma non più revisionarle

E’ stata resa nota la Lettera apostolica in forma di “Motu proprio” di Papa FrancescoMagnum Principium” con cui viene modificato il can. 838 del codice di diritto canonico che riguarda l’uso delle lingue volgari nella liturgia.

L’obiettivo, si legge nella Lettera, è fare in modo che la disciplina canonica attualmente vigente nel canone in questione «sia resa più chiara» e affinché «appaia meglio la competenza della Sede Apostolica circa le traduzioni dei libri liturgici» (Radio Vaticana, 10 settembre).

IN LINEA CON IL CONCILIO

Prima di indicare nel dettaglio in che modo il canone 838 andrà letto, il “Motu proprio” spiega le ragioni dell’attenzione della Chiesa a questo tema ricordando come l’importante principio, confermato dal Concilio Ecumenico Vaticano II, «secondo cui la preghiera liturgica, adattata alla comprensione del popolo, possa essere capita, ha richiesto il grave compito, affidato ai vescovi, di introdurre la lingua volgare nella liturgia e di preparare ed approvare le versioni dei libri liturgici».

Ciò nella consapevolezza della Chiesa «dell’incombente sacrificio della perdita parziale della propria lingua liturgica, il latino», e insieme «delle difficoltà che in questa materia potevano presentarsi».

“TRADUZIONI CONGRUENTI CON LA DOTTRINA”

Con due sostanziali modifiche ai commi 2 e 3 del can. 838 de codice di diritto canonico, Papa Francesco riscrive la norma per il controllo della Sede Apostolica sulle edizioni dei testi liturgici.

Il “Motu proprio”, infatti, sottolinea l’importanza della fedeltà ai testi originali: «bisogna fedelmente comunicare a un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare a un altro per mezzo della lingua latina». Quindi «ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina» (Agensir, 10 settembre).

NON UNA REVISIONE MA UNA “CONFIRMATIO”

Il testo del Papa sottolinea che è «necessaria una costante collaborazione piena di fiducia reciproca, vigile e creativa, tra le Conferenze episcopali e il Dicastero della Sede apostolica che esercita il compito di promuovere la sacra Liturgia, cioè la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti».

Il provvedimento, che come detto si richiama al Concilio Vaticano II, stabilisce così che i lavori delle Conferenze episcopali nazionali non siano più sottoposte ad una revisione da parte della Sede apostolica (Recognitio), ma solo ad una sua conferma (Confirmatio). Quindi, in teoria, lascia un maggiore spazio di intervento alla locale Conferenza.

CAMBIA IL RUOLO DELLA CONGREGAZIONE

Quindi il terzo paragrafo dei quattro di cui è composto il provvedimento, scrive Vatican Insider (10 settembre) ha «conseguenze sull’art. 64 comma 3 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus» (nonché sulle altre leggi, in particolare quelle contenute nei libri liturgici, in materia di traduzioni e adattamenti), che stabiliva che la congregazione del Culto divino e della Disciplina di sacramenti, attualmente guidata dal cardinale tradizionalista Robert Sarah, «rivede la traduzioni dei libri liturgici ed i loro adattamenti, preparati legittimamente dalle Conferenze episcopali».

MESSA IN PRATICA MIGLIORE DEI PRINCIPI CONCILIARI

Una questione apparentemente tecnica che però nasconde un percorso di riforma lungo mezzo secolo. Questo nuovo ruolo affidato alle Conferenze Episcopali, secondo uno degli esperti della Santa Sede, Arthur Roche, farà in modo che la disciplina canonica attualmente vigente nel canone in questione «sia resa più chiara» e «alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica» (Il Messaggero, 10 settembre).

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