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Stai forse rifiutando la gioia che ti offre Dio?

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Un peccato di cui potresti non aver mai sentito parlare è trattenerti dal vivere una vita piena... ma c'è un risvolto positivo

Avete sentito parlare di orgoglio, ira, lussuria, invidia… ma avete mai sentito parlare dell’accidia? Indolenza è un altro termine per indicarla. E nonostante il fatto che i Padri della Chiesa siano stati chiari riguardo ai pericoli dell’accidia, oggi è praticamente ignorata, come se fosse il peccato più benigno di tutti. Ma è davvero così?

L’accidia potrebbe essere uno dei vizi meno compresi. È più della semplice pigrizia. Il Catechismo insegna che “l’accidia o pigrizia spirituale giunge a rifiutare la gioia che viene da Dio e a provare repulsione per il bene divino” (n. 2094).

Cosa significa? Un modo per considerare la bontà di Dio è capire che tutte le sue creature, di origine umana, naturale o spirituale, sono doni di Dio che dovrebbero essere condivisi. Per raccogliere i frutti di questi doni, dobbiamo prima agire – a livello di pensiero o con i fatti – per aprirci alle Sue grazie. Se la grazia è il perdono, allora dobbiamo prima cercare di essere perdonati. Se il dono è il nostro corpo, dobbiamo per agire per preservarlo rafforzarlo, per poterne godere come appunto di un dono. Se la benedizione è un’altra persona, dobbiamo agire per amare, rendere grazie e chiedere perdonoo quando lo richiedono le circostanze, per mantenere il rapporto con questa benedizione.

In un mondo che tuttavia si basa sulla convenienza e sulla comodità, l’accidia si sta espandendo sempre più per impedirci di abbracciare la gioia che Egli ci vuole offrire.

A volte questa gioia potrebbe sembrare ovvia, come andare alla festa di compleanno di nostro nipote o celebrare una Messa con gli altri parrocchiani, ma a volte la gioia non inizia come tale, ma come una difficoltà che potrebbe svelare un epilogo più felice. Potremmo scrivere un messaggio veloce piuttosto che sforzarci di ingaggiare una conversazione difficile di persona. Potremmo prendere una pillola piuttosto che aprirci a una persona su ciò che ci fa male. Potremmo distrarci davanti alla televisione piuttosto che pensare e discutere sui passi da compiere per migliorare la nostra situazione a lavoro.

L’orgoglio può impedirci di vedere e riconoscere i nostri vizi, ma l’accidia ci impedisce di mettere in atto quello che dovremmo fare per migliorare. Se siamo golosi, l’accidia può allontanarci dalle opportunità di perseguire una vita più sana e disciplinata; se siamo invidiosi, può ritardare il nostro progresso nel cercare gratitudine e soddisfazione nella nostra vita anziché desiderarne un’altra. Più è accidiosa la nostra vita, più non riusciamo a vedere la luce sopra di noi.

Fondamentalmente, l’accidia è evitare un compito di fondamentale importanza e gravitare verso un’attività (o un’inattività) che offre un sollievo immediato solo perché aggira qualcosa che dovremmo fare.

Molte persone potrebbero affermare prontamente che starsene sempre sdraiati sul divano sia un esempio di accidia, ma direi che siamo più accidiosi in quello che pensiamo e diciamo. Come esseri umani, accampiamo in continuazione scuse sul motivo per cui non possiamo fare certe cose. “Non ne ho il tempo”, o “Sono troppo impegnato”… L’abbiamo tutti detto o sentito dire migliaia di volte. A volte è vero, ma spesso è una razionalizzazione usata per giustificare il fatto di scegliere la strada più semplice evitando di compiere un’azione importante.

Cosa dobbiamo fare per contrastare la condizione o il peccato (o entrambi) dell’accidia?

Le risposte semplici non abbondano, ma la prima cosa da fare è considerare ogni giornata (e ogni minuto) come un’opportunità per gioire, non come la probabilità di un ulteriore fallimento. Chi lotta di più con questo vizio sperimenta che meno si fa peggio ci si sente, e peggio ci si sente più ci si vergogna e ci si immobilizza. Per uscire da una condizione di accidia bisogna in primo luogo considerare che ogni realtà offre l’opportunità di una nuova gioia – non nei termini altrui, ma nei propri e in quelli di Dio.

Se non esco dal letto da tre giorni, allora camminare fino alla porta d’ingresso potrebbe essere un momento da festeggiare, e la spinta a fare di più. Se non parlo con mio fratello da anni, una lettera per invitarlo a incontrarci al parco potrebbe strappare un sorriso e l’idea che possa esserci un prosieguo. Se non pulisco il pavimento del bagno da mesi, venti minuti in ginocchio a spazzolare per bene dovrebbero farmi sentire bene per quello che ho fatto.

Il messaggio finale sull’accidia è proprio questo. Anche se è ben lungi dall’essere il peccato più benigno, ha un risvolto positivo: potrebbe essere quello per il quale è più facile invertire la rotta.

Perché non appena si fa strada uno sforzo del corpo o della mente in senso significativo e produttivo, la gioia divina è lì ad aspettarci, e il progresso di qualsiasi tipo diventa un’ipotesi realistica.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
accidia
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