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A proposito dell’“ideologia tradizionalista” di cui parla il Papa

Antoine Mekary | ALETEIA
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L’espressione, recentemente utilizzata dal Pontefice, riapre un annoso dibattito: cerchiamo di fare chiarezza indicando il nesso tra dottrina e liturgia, nonché la continuità tra i pontificati romani

Un “nuovo conciliarismo”

Il rischio. Ecco cosa Ratzinger vedeva e denunciava, mentre cantava la meraviglia addotta dalla riforma liturgica del Vaticano II. Lo stesso rischio per paura del quale nasce il “tradizionalismo” – una tentazione cui non solo Ratzinger non cedette mai personalmente, ma che anche col Summorum Pontificum, dieci anni fa, cercò di stornare da tutta la comunità cristiana.

Ora ecco perché i “tradizionalisti” (la Tradizione è una cosa così bella e nobile che non oso scrivere “tradizionalisti” senza virgolette) sono un serio pericolo per la Chiesa, e devono essere denunciati con la massima e più ferma chiarezza. Con le parole del sociologo e teologo Massimo Introvigne:

Se i fondamentalisti protestanti si richiamavano alla lettera della Bibbia, i cattolici si rifanno alla Tradizione. Cristo non ha scritto una riga, non ha lasciato libri ma successori, persone vive, in carne e ossa: gli apostoli e i papi. Sono il pontefice e i vescovi uniti a lui che definiscono cosa sia la tradizione oggi. Il fondamentalismo cattolico impugna la tradizione contro il Papa. O meglio, un’idea prefissata di tradizione.

Così come tra Jan Hus e il Concilio di Costanza si disputò ferocemente del primato ecclesiologico e dottrinale tra il Papa e il Concilio Ecumenico. La bizzarra ironia della storia porta poi i sedicenti papalini (i “tradizionalisti”, appunto) a raccogliere il testimone dei conciliaristi.

Per fortuna che c’è Pietro. Cioè Benedetto XVI. Cioè Francesco.

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