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A proposito dell’“ideologia tradizionalista” di cui parla il Papa

Antoine Mekary | ALETEIA
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L'espressione, recentemente utilizzata dal Pontefice, riapre un annoso dibattito: cerchiamo di fare chiarezza indicando il nesso tra dottrina e liturgia, nonché la continuità tra i pontificati romani

Se si applica la categoria tomista di transustanziazione alla dottrina eucaristica della Chiesa, nessun problema, perché gli scritti dei Padri e dei dottori ecclesiastici, pur non utilizzando quella specifica categoria, dicono precisamente la medesima cosa – idem, anche se non ipsum –; se invece in una nuova proposta teologica non è più possibile rintracciare la continuità con la fede pensata da quanti ce l’hanno consegnata, la fede, è segno che si sta smarrendo il sentiero. Fin qui nessun problema. Ora, i “tradizionalisti” sono quelli che arbitrariamente assumono questo o quel punto dello sviluppo del dogma, solitamente un punto chiaro e blasonato, e lo assolutizzano. Per restare nell’esempio, sono quelli – e ce ne sono, mi si creda! – che in nome della transustanziazione negano che la dottrina eucaristica di Ambrogio e di Agostino, per esempio, sia pienamente ortodossa (non risulta, in effetti, che parlino mai di “transustanziazione”): il minimo che possa conseguire da una simile impostazione è che non sia lecito proseguire in tentativi di un migliore sviluppo dottrinale, e che anzi quasi si escluda teoricamente che sia possibile tale sviluppo. Il che assomiglia, riportandola nella metafora, a prendere la foto di un ventenne nel pieno del rigoglio giovanile e dichiararlo “persona migliore” dello stesso uomo bambino e persona non passibile di ulteriore crescita, maturazione e sviluppo, “persona ideale”: una follia, evidentemente. Eppure è una cosa che capita, nella vita di fede, e nemmeno troppo raramente: chiaramente nell’analogia si ha un ipse che non è anche idem, mentre (come dicevamo) fuor di analogia è l’idem a non essere anche ipsum.

Eppure è proprio San Tommaso – che i “tradizionalisti” volentieri e surrettiziamente avocano a loro nume tutelare – a sconfessarli: l’Aquinate insegna infatti che

l’atto di fede del credente non ha per termine una categoria logica o un vocabolo [l’enuntiabile], ma ciò che questi appunto indicano [la res].

Tommaso d’Aquino, S.Th. II-II, q. 1, a. 2. ad 2.

Parole al vento, con i “tradizionalisti”: proprio come per il gender, quando una riflessione è condizionata da un pregiudizio ideologico (che sempre maschera un timore e cerca di tutelare da un rischio), c’è poca speranza di spuntarla con evidenze di ragione o di autorità.

Il fissismo formalistico in liturgia

Va bene, si dirà, ma che c’entra la liturgia? Non sarà che ci si sta accanendo con i “tradizionalisti” ora che il loro momento sembra “passato”? Rispondo, innanzitutto, dicendo che non c’è mai stato e non ci sarà mai, nella storia della Chiesa, un “momento dei tradizionalisti”: non potrà esserci esattamente come non potrà esserci quello del cristianesimo “alla moda”. Il cristianesimo è “di sempre”, quindi sfugge tanto a quelli che favoleggiano di un cristianesimo “di oggi” quanto quelli che arbitrariamente scelgono uno “ieri” da elevare a formula “di sempre” (riferimento esplicito alla dizione “Santa Messa di sempre” in merito alla celebrazione secondo il rito romano stabilito nel Messale Romano di san Pio V, frutto della riforma liturgica del Concilio Tridentino e nato nel 1570, cioè l’altro ieri, nella storia della Chiesa – altro che “sempre”!).

Quanto alla liturgia, lascio che sia un altro grande classico a spiegare perché Papa Francesco sia passato da un accenno allo sviluppo del dogma e alla Tradizione a un riferimento diretto al formalismo liturgico “coi paraocchi”: fu un altro grande provenzale (va bene, Limoges è in Aquitania, ma nella storia della teologia questi galli del V secolo vengono detti “provenzali” per comodità), il teologo laico Prospero, ad enunciare un altro principio importantissimo – nell’ottavo libro del De gratia Dei et libero arbitrio contra collationes si legge:

Ma guardiamo anche alle preghiere sacerdotali che, tramandate dagli apostoli, in tutto il mondo e in tutta la chiesa cattolica sono uniformemente celebrate, perché sia il modo in cui si prega a stabilire in che cosa si crede.

Parole adamantine, queste di Prospero, che spiegano perché gran parte della guerra dei “progressisti” (quell’altro cancro che impesta la Chiesa) si svolga sul campo di battaglia della liturgia: chi si prende questo campo vince, perché più facilmente e più pesantemente può condizionare la fede dei singoli (e il pensiero dei credenti, evidentemente). La posta in gioco è altissima, e non per altro Benedetto XVI ha messo al centro del proprio pontificato un bilanciamento degli effetti della riforma liturgica, che se da un lato ha insistito moltissimo per riabilitare le sensibilità legate al vetus ordo (e farle uscire da quel ghetto di paria in cui la furia iconoclasta postconciliare le aveva relegate); dall’altro ha battuto non di meno per sanare i preziosi frutti della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II dagli abusi di non pochi preti e (ahimè) vescovi.

Recentemente Papa Francesco stesso – che nelle prime settimane di pontificato silenziò seccamente quanti chiedevano l’abrogazione del Summorum Pontificum di Benedetto XVI – ha dichiarato che «la riforma liturgica del Vaticano II è un evento irreversibile». Per spiegare però in che senso tale riforma sia irreversibile ci piace riprendere proprio uno scritto importante del futuro papa del Summorum Pontificum, che nel 2000, quindi da maturo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicava (allora in tedesco, nel 2001 in italiano) la sua Introduzione allo spirito della liturgia, chiaramente ispirata all’analoga opera di Romano Guardini. Nell’introduzione, che reca la data del 28 agosto 1999, memoria di sant’Agostino (non di san Tommaso…), il cardinal Ratzinger ricordava i tempi di Guardini e scriveva:

Si potrebbe dire che la liturgia era allora – era il 1918 –, per certi aspetti, simile a un affresco che si era conservato intatto, ma che era quasi coperto da un intonaco successivo: nel messale, con cui il sacerdote la celebrava, la sua forma era pienamente presente, così come si era sviluppata dalle origini, ma per i credenti essa era ampiamente nascosta da istruzioni e forme di preghiera di carattere privato. Grazie al movimento liturgico e – in maniera definitiva [corsivo d.R.] – grazie al concilio | Vaticano II, l’affresco fu riportato alla luce e per un momento restammo tutti affascinati dalla bellezza dei suoi colori e delle sue figure. Ma nel frattempo, a causa dei diversi errati tentativi di restauro o di ricostruzione, nonché per il disturbo arrecato dalla massa dei visitatori, questo affresco è stato messo gravemente a rischio e minaccia di andare in rovina, se non si provvede rapidamente a prendere le misure necessarie per porre fine a tali influssi dannosi. Naturalmente non si deve tornare a coprirlo di intonaco, ma è indispensabile una nuova comprensione del suo messaggio e della sua realtà, così che l’averlo riportato alla luce non rappresenti il primo gradino della sua definitiva rovina.

Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, 5-6

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