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A proposito dell’“ideologia tradizionalista” di cui parla il Papa

Antoine Mekary | ALETEIA

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 08/09/17

Il progresso della Tradizione

Che il Papa prenda a parlare dell’“ideologia tradizionalista” considerando «come cresce la tradizione» è un velato richiamo al celeberrimo capitolo 23 del (Primo) Commonitorio di Vincenzo di Lérins (scritto intorno al 434):

Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande.

Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.

È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona.

Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.

Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura di dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del creatore aveva formato in antecedenza nel corpicino del piccolo.

Se con l’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisce di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso.

Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.

I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.

È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.

Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.

L’analogia tra la dottrina e il corpo umano non è propria di Vincenzo – altri autori coevi e della stessa zona (ah, non si è ancora studiato a fondo il valore di quella benedetta isola provenzale nella storia del dogma…) usano perfino l’espressione “corpus veritatis”! – ma certamente solo in lui, tra quanti ci sono pervenuti, essa si trova così diffusamente tematizzata e sviluppata: Papa Francesco si richiamava a questa pagina perché, come è evidente, il dialogo e il confronto stanno alla tradizione come l’idratazione e la nutrizione stanno alla crescita.

In entrambi i casi si tratta del rapporto di un ente individuo ben preciso con delle alterità: il bambino con bevande e cibi, il cristianesimo con il “mondo”. In entrambi i casi si tratta di rapporti necessari, pena la morte del suddetto individuo – perché anche Cristo, mentre si preparava a “partorire la Chiesa”, dice: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt 10, 16). In entrambi i casi, in ultimo, si tratta di rapporti che presentano un rischio: un poppante può strozzarsi perfino col latte materno, e un adulto può restare intossicato da innumerevoli sostanze, alcune delle quali anche generalmente edule o potabili; così un credente neofita può perdere la fede anche per una parola evangelica fraintesa, e uno più progredito può restare “scandalizzato a morte” da controtestimonianze, difficoltà teologiche, ambiguità ecclesiali e molte altre cose. Ogni vita si vive respiro dopo respiro, nella natura e nella grazia – e in questo il buon vecchio Vincenzo di Lérins ebbe un’intuizione illuminante.

Va da sé: l’una e l’altra attività – ossia il mangiare e il bere per crescere e sostentarsi, come il confrontarsi e dialogare per vivere la fede e testimoniarla – sono sottesi a una costante attitudine al discernimento. Quando si va a funghi, ciò che si raccoglie va studiato e valutato con grande attenzione, da principio anche con la guida di un raccoglitore esperto, perché ogni singolo micete può essere letale, se somiglia molto a uno commestibile mentre è velenoso; così la vigilanza è d’obbligo anche nel confronto e nel dialogo, quando si vive la fede nel mondo (che poi è, per ora, l’unico luogo in cui ci sia dato di viverla).

Una serie di evidenze quasi banali, dette così, eppure se anche Luciano Ligabue – la cui musica da decenni ronza attorno ai fiori del cristianesimo senza mai produrne un miele genuino – riconosce come «vivere è un atto di fede: mica un complimento», resta sempre in agguato la tentazione di fuggire quel rischio. Quale rischio? Quello connesso a ogni discernimento: di sbagliare. Il che significa, nel caso del cibo, la necessità di un digestivo o di una lavanda gastrica d’urgenza; nel caso del dialogo, la necessità di un rimedio che riporti all’evidenza la continua identità della dottrina nel suo sviluppo. Vincenzo lo spiega bene: se il cibo viene assimilato e fa crescere l’uomo, nulla quæstio, e sarebbe sciocco discutere del mutare delle membra in fattezze e dimensioni (è la crescita naturale, appunto); se un cibo, pur non producendo un’intossicazione puntuale, causasse una “mutazione genetica” (nel V secolo non si diceva così, ma l’abate di Lérins la descrive con precisione), si dovrebbe denunciare e la mutazione e quel cibo che l’ha causata.

Facciamo un esempio fuor di metafora…

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ecclesiologiaideologiapapa benedetto xvipapa francescoteologiatradizionalismo
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