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Padre Giovanni Sidotti, il missionario italiano martire nel Giappone dei samurai

Giovanni Battista Sidotti
Public Domain
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Intervista all'autrice del libro "L'ultimo missionario", Tomoko Furui, dedicato al sacerdote francescano

Nel piccolo villaggio non turistico di Koshima, sull’isola giapponese meridionale di Yakushima, oggi patrimonio dell’Umanità per le sue bellezze naturalistiche millenarie, c’è una piccola chiesa dedicata da una trentina di anni a padre Giovanni Sidotti, un sacerdote siciliano della diocesi di Roma che tre secoli fa, affascinato dalle orme e dagli scritti, di San Francesco Saverio, si offrì missionario per evangelizzare il Giappone nel tempo del sakoku che da circa un secolo aveva bandito il cristianesimo dal paese (era proibito agli stranieri di entrare nel paese e vietato ai giapponesi di lasciarlo, pena la morte) andando incontro ad un martirio quasi certo.

La sua storia di fede e la sua avventura evangelizzatrice sono una vera testimonianza di vita missionaria che forse porteranno anche ad una sua beatificazione come chiesto dalle autorità ecclesiastiche giapponesi. Perché oltre a non abiurare nel martirio, padre Sidotti, battezzò i due coniugi giapponesi che gli erano stati assegnati come custodi, e grazie a lui, a seguito degli interrogatori che gli fece Arai Hakusei insigne esponente del neo confucianesimo e consigliere dello shogun, il Giappone dopo 70 anni di chiusura, aprì una finestra sull’Occidente. Ancora oggi, a distanza di tre secoli, il ricordo della sua missione finita nel martirio e in Italia ai più sconosciuta, torna in qualche modo ad aprire un dialogo in primis culturale ma anche di fede, tra Oriente ed Occidente. L’occasione è l’uscita de “L’ultimo missionario”, un libro dedicato alla sua biografia, scritto da una giornalista giapponese, Tomoko Furui e pubblicato dalle edizioni Terrasanta. Sono stati proprio i frati francescani di Tokyo a spingere la casa editrice italiana che porta l’egida della Terrasanta, a pubblicare il libro che in Giappone è già uscito da qualche anno.

Courtesy of the Author

“Per me – racconta la scrittrice – scrivere la storia di Sidotti e andare in cerca dei documenti per ricostruire la sua vita e i suoi incontri, è stata quasi una missione di vita. Tutto è cominciato per caso. Ventiquattro anni fa mi sono trasferita con mio marito americano a vivere sull’isola di Yakushima e accanto a casa mia c’è una chiesa dove entravo spesso. Ci andavano poche persone, al tempo, ma era quasi un modo di ritrovarsi insieme con altri. Il sacerdote che viveva lì, padre Renzo Contarini dei Saveriani, era arrivato sull’isola proprio con l’intento di ricostruire la memoria di Sidotti e i suoi racconti mi avevano molto appassionato tanto che, un anno dopo, poco prima di morire, padre Renzo mi chiese di continuare il suo progetto su Sidotti. Mi sono sentita investita di un missione, e così per sette anni ho studiato la figura e la vita di Padre Sidotti e alla fine ho scritto il libro. In Giappone molti sono interessati alla figura di Sidotti anche per la sua influenza sugli scritti di Arai Hakusei che nel periodo del sakoku, hanno avuto molto peso per una nuova apertura del Giappone verso l’occidente.”

Ma torniamo a Sidotti. E’ la notte tra l’11 e il 12 ottobre 1708 a Yukashima. La corrente spinge all’approdo una nave chiamata Santa Trinidad proveniente dalla Filippine. Sbarca un uomo di circa quarant’anni vestito da samurai con la spada e i capelli raccolti. Ha con sè un altare portatile, l’olio santo, il breviario e un’immagine della Madonna. Il suo obiettivo è evangelizzare il Giappone. E’ padre Giovanni Battista Sidotti che entra nel paese da clandestino. Dopo pochi giorni però viene scoperto, imprigionato e trasferito a Tokyo. Qui accade qualcosa di inatteso: Hakuseki Arai, studioso confuciano e consigliere dello shogun, decide di interrogarlo di persona. Ne nascono quattro incontri intensi che articolano un dialogo culturale oltre che spirituale che spazia dalla geografia all’astronomia e che per il Giappone, che si era isolato, si rivela fondamentale per il suo sviluppo.

Per questo scambio tra civiltà, la vita è risparmiata al missionario, senza che debba rinunciare alla sua fede, ma con l’obbligo dell’isolamento, mentre Hakuseki, ispirato da quelle conversazioni, scrive importanti opere che gettano le basi della riapertura del Giappone come “Notizie sull’Occidente – Seyio Kibun”. Sidotti muore dopo qualche anno di stenti perché nella solitaria vita a cui è destinato dalle leggi ferree di allora, trova il modo di impartire il sacramento del battesimo ad una coppia di coniugi. Sa che così facendo firma la sua condanna a morte, ma non può sottrarsi alla sua missione. Probabilmente muore di stenti perché nella cella dove lo tengono gli servono sempre meno cibo. Sottolinea Tomoko Furui nel suo “L’ultimo missionario”: “Nel dipingere sulla parete della cella la croce con il proprio sangue, Sidotti, risoltosi alla morte dal momento in cui aveva amministrato loro il battesimo, desiderava lasciare un segno che testimoniasse di aver vissuto lì dentro nel dolore. Concluse la propria esistenza a quarantasette anni. “Signore, affido tutto a te.” Era notte inoltrata, il 27 novembre 1714. Tre anni fa a Tokyo durante dei lavori per la costruzione di un edificio, nella zona conosciuta per essere la prigione dei cristiani il Kirishitan Yashiki, sono state ritrovate tre tombe con ossa umane ancora conservate. Grazie ad accurati studi sul cranio e all’esame del Dna le ossa ritrovate sono state attribuite anche ad un italiano di circa trecento anni fa che è stato riconosciuto essere Sidotti e ai due coniugi giapponesi da lui battezzati. Il Giappone ogni anno lo ricorda il 23 novembre e una lapide a sua memoria è stata eretta anche a Tokyo. La sua memoria torna viva in questo libro a lui dedicato e forse la sua missione evangelizzatrice in qualche modo, non è ancora esaurita.

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