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L’ironia di G.K. Chesterton: è la Chiesa ad essere superata dai tempi?

© Public Domain

Gilbert K. Chesterton

Centro Culturale "Gli Scritti" - pubblicato il 08/09/17


Ma in quest’angolo chiamato Inghilterra, in questa fine di secolo, è accaduta una cosa strana e sbalorditiva. Scopertamente, e secondo ogni apparenza, questo conflitto ancestrale è silenziosamente e repentinamente finito; uno dei due sessi s’è improvvisamente arreso all’altro. Verso l’inizio del ventesimo secolo, negli ultimi anni, la donna s’è arresa in pubblico all’uomo. Ha seriamente e ufficialmente ammesso che l’uomo ha sempre avuto ragione; che la casa pubblica (ovvero il Parlamento) è veramente più importante della casa privata; che la politica non è (come le donne avevano sempre sostenuto) una scusa per qualche boccale di birra, ma una sacra solennità davanti alla quale si possono inginocchiare nuove adoratrici; che i ciarlieri patrioti dell’osteria sono non soltanto ammirevoli, ma invidiabili; che la conversazione non è uno spreco di tempo, e perciò (come conseguenza, certo) che le osterie non sono uno spreco di denaro. Tutti noi uomini ci eravamo abituati alle nostre mogli e madri, e nonne, e prozie, che tutte sciorinavano un coro di disapprovazione sui nostri passatempi e sport, sulle nostre bevute e sui nostri partiti politici. E adesso viene la signorina Pankhurst con le lacrime agli occhi ad ammettere che tutte le donne avevano torto e tutti gli uomini avevano ragione; a implorare umilmente d’essere ammessa almeno in un cortile esterno, dal quale possa cogliere sia pure di sfuggita uno scorcio di quei meriti maschili che le sue fuorviate sorelle avevano tanto sconsideratamente dileggiato.

Dall’Autobiografia, pp.80-93:
Il periodo della giovinezza, che è pieno di dubbi e di morbosità e di tentazioni, […] nel mio caso ha lasciato per sempre nella mia mente la certezza della solidità oggettiva del peccato. […] Ciò che chiamo il mio periodo di pazzia, coincise con un periodo nel quale mi lasciavo trascinare, non facevo nulla, e non mi potevo dedicare ad un lavoro stabile. Mi occupavo superficialmente di infinite cose […]. Nel tempo del quale scrivo, si trattava di una filosofia molto negativa e persino nichilista. E benché io non la accettassi completamente, essa gettò tuttavia un’ombra sulla mia mente. […] Quest’atmosfera contribuì anche, benché indirettamente, ad un certo umore di irrealtà e di isolamento sterile, che in quel tempo si impossessò di me e, penso, di molti altri […]. Un dubbio metafisico mi faceva sentire come se tutto fosse un sogno. Era come se avessi io stesso proiettato l’universo dal di dentro, con tutti i suoi alberi e le sue stelle: e ciò è così vicino al pretendere di essere Dio, che è evidentemente ancor più vicino al diventar pazzo […]. Come con gli estremi mentali, così era con quelli morali […]: temo di essermi fabbricato da me la maggior parte delle mie morbosità. Ad ogni modo, la verità è che vi fu un periodo in cui avevo raggiunto uno stato di interna anarchia morale […] e di congestione dell’immaginazione […]. Ad ogni modo, si sappia che ho scavato tanto in basso da trovare il diavolo, e perfino, confusamente, di riconoscere il diavolo.

Dall’Autobiografia, pp.93-102:
Dopo di essere stato per alcun tempo nelle profondità più oscure del pessimismo contemporaneo, sentii un forte impulso interiore a ribellarmi, a scacciare l’incubo e a buttar via l’oppressione. Ma
giacché stavo ancora pensandovi e liberandomene da solo, e la filosofia mi giovava poco e la religione non mi dava un vero aiuto, m’inventai una teoria mistica rudimentale ed artificiosa. Era sostanzialmente questa: anche la sola esistenza, ridotta ai suoi limiti più semplici, è tanto straordinaria da essere stimolante. Tutto era magnifico, paragonato al nulla. La luce del giorno poteva essere un sogno, ma un sogno, non un incubo. […] Di fatto, ero arrivato ad una posizione non molto lontana dalla frase del mio nonno puritano, il quale avrebbe ringraziato Dio per averlo creato, diceva, anche se fosse stato un anima perduta. Ero attaccato ai resti della religione con un piccolo filo di riconoscenza. […] Questo modo di vedere le cose […] aveva una specie di mistico minimum di gratitudine […]. Ma i miei occhi erano ancora rivolti verso l’interno piuttosto che verso l’esterno, conferendo, immagino, alla mia personalità morale, uno strabismo tutt’altro che attraente. Ero ancora oppresso dall’incubo metafisico di negazioni nei riguardi dell’anima e della materia, dall’iconografia morbosa del male, dal peso del mio cervello e del mio corpo misteriosi; ma in quel periodo mi trovavo in rivolta contro di essi, e tentavo di costruire una concezione più sana della vita cosmica, anche se sbagliata per esagerazione. Chiamavo me stesso ottimista, perché mi trovavo così orribilmente vicino ad essere pessimista. […] E il male estremo, allora, era semplicemente il peccato imperdonabile di non desiderare il perdono.

Dall’Autobiografia, p.321:
Mi preoccupavo ancora molto; avrei potuto discendere sempre più ad una specie di compromesso o di resa per pura stanchezza, se non fosse stato per questa subitanea visione dell’abisso che si apre sotto i piedi di noi tutti. Fui sorpreso nella mia stessa sorpresa. Che la Chiesa Cattolica sapesse più di me intorno al bene, era facile a credersi. Che sapesse più di me intorno al male, sembrava incredibile.

Dall’Autobiografia, pp.321-322:
Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: “Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma?”, la prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: “Per liberarmi dai miei peccati”. Poiché non v’è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati. Ciò trova la sua conferma nella logica, spaventosa per molti, con la quale la Chiesa trae la conclusione che il peccato confessato, e pianto adeguatamente, viene di fatto abolito, e che il peccatore comincia veramente di nuovo, come se non avesse mai peccato. […] Orbene, quando un cattolico ritorna dalla confessione entra veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio, e guarda con occhi nuovi attraverso il mondo, ad un Crystal Palace che è veramente di cristallo. Egli sa che in quell’angolo oscuro, e in quel breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora un nuovo esperimento del Creatore. E’ un esperimento nuovo tanto quanto lo era a soli cinque anni. Egli sta, come dissi, nella luce bianca dell’inizio, pieno di dignità, della vita di un uomo. Le accumulazioni di tempo non possono più spaventare. Può essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque minuti.

Dall’Autobiografia, p.322:
M’interessa in modo speciale il fatto che queste dottrine (cattoliche) sembrino tener legata tutta la mia vita fin dall’inizio, come nessuna delle altre dottrine potrebbe fare. Specialmente pare che rendano chiari, simultaneamente, i due problemi della mia felicità di fanciullo, e del mio ansioso meditare di ragazzo. Essi si riferiscono particolarmente ad un’idea centrale della mia vita; non dirò la dottrina che ho sempre insegnato, ma la dottrina che mi sarebbe piaciuto insegnare. L’idea cioè di accettare le cose con gratitudine, ma non di prenderle senza curarsene. Così, il Sacramento della Penitenza dà una vita nuova, e riconcilia l’uomo con tutto ciò che vive, ma non lo fa come lo fanno gli ottimisti e gli edonisti e i predicatori pagani della felicità. Il dono vien fatto ad un prezzo, ed è condizionato alla confessione. In altre parole, il nome del prezzo è Verità, che può essere chiamata anche Realtà; ma significa porsi di fronte alla realtà del proprio essere. Quando il processo vien applicato alle altre persone viene chiamato Realismo.

Da Il mio nome è Lazzaro, scritta per il proprio ingresso da adulto nella Chiesa cattolica:
Dopo un momento, quando chinai la testa e il mondo si capovolse, e uscii là dove brillava, bianca, l’antica via camminai per le strade e ascoltai ciò che dicevano gli uomini, foreste di lingue, come foglie d’autunno non sparse, non ingrate, ma strane e leggere; vecchi enigmi e nuove fedi, non in contrasto ma dolci, come quando l’uomo ricorda con un sorriso i morti. I saggi hanno cento mappe che disegnano universi fitti come alberi, scuotono la ragione con mille setacci che accantonano la sabbia e lasciano filtrare l’oro: per me tutto ciò vale meno della polvere poiché il mio nome è Lazzaro e sono vivo.

Da Ortodossia, pp.219-220:
Nel chiudere questo caotico volume, riapro lo strano libriccino da cui venne tutto il Cristianesimo; e di nuovo sono turbato da una specie di confermazione. L’immensa figura che riempie i Vangeli s’innalza per questo rispetto, come per ogni altro, su tutti i pensatori che si credettero grandi. Il Suo pathos fu naturale, quasi casuale. Gli stoici antichi e moderni ebbero l’orgoglio di nascondere le loro lacrime. Egli non nascose mai le Sue lacrime. Egli le mostrò chiaramente sul Suo viso aperto ad ogni quotidiano spettacolo come quando Egli vide da lontano la Sua nativa città. Ma egli nascose qualche cosa. I solenni superuomini, i diplomatici imperiali sono fieri di trattenere la loro collera. Egli non trattenne mai la sua collera. Egli rovesciò i banchi delle mercanzie per i gradini del Tempio e chiese agli uomini come sperassero di fuggire alla dannazione dell’inferno. Pure Egli trattenne qualche cosa. Lo dico con riverenza: c’era in questa irrompente personalità un lato che si potrebbe dire di riserbo: c’era qualcosa ch’Egli nascose a tutti gli uomini quando andò a pregare sulla montagna: qualche cosa ch’Egli coprì costantemente con un brusco silenzio o con un impetuoso isolamento. Era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse a noi quando Egli camminava sulla terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua allegrezza.


Note

[1] G.K.Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Gribaudi, Milano, 2002, p.9.

[2] G.K.Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Gribaudi, Milano, 2002, pp.9-17. Il saggio è del 1926. Sarà seguito nel 1929 da Perché sono cattolico II, nel quale affronta la differenza fra protestantesimo e cattolicesimo (Id., pp.49-59); ma, come è noto, molti degli scritti di Chesterton affrontano il tema della credibilità della fede cristiana.

[3] G.K.Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Gribaudi, Milano, 2002, p. 10.

[4] G.K.Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Gribaudi, Milano, 2002, p. 12.

[5] G.K.Chesterton, Perché sono cattolico e altri scritti, Gribaudi, Milano, 2002, p. 17.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE APPARSO SUL SITO GLISCRITTI.IT

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chiesa cattolicagilbert keith chesterton

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