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Tutte le false citazioni attribuite a Sant’Agostino

saint augustine,
Public Domain
Sant'Agostino
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«Dovete dunque, fratelli miei, comprendere da quanto detto quale giudizio la Scrittura formuli di quei nostri padri, i quali erano uniti in matrimonio solo allo scopo d’aver prole dalle loro mogli. Difatti essi che, in ragione dei tempi e dell’usanza del loro popolo, avevano anche più mogli, le tenevano in modo talmente casto, che non consentivano alla concupiscenza carnale se non per procreare, tenendole davvero in onore. Chi d’altronde brama la carne della propria moglie più di quanto prescriva il limite (ossia il fine di mettere al mondo dei figli), agisce in contrasto con le tavole in base alle quali ha preso in moglie la donna. Le tavole vengono lette, e lette al cospetto di tutti quelli presenti al rito; iniziano: “Allo scopo di procreare figli” e si chiamano “Tavole matrimoniali”. Supponiamo che le donne fossero date e ricevute in mogli per uno scopo diverso; chi darebbe, senza vergogna, la propria figlia in preda alla sensualità d’un individuo? Vengono dunque lette le tavole matrimoniali perché i genitori non debbano arrossire quando danno una figlia in matrimonio, perché siano suoceri e non mezzani. Che si legge dunque nelle tavole? “Allo scopo di procreare figli”. A sentire le parole delle tavole la faccia del padre si rischiara e si rasserena. Osserviamo la faccia del marito che prende la donna in moglie. Anche il marito dovrebbe arrossire di prenderla con altro scopo, se arrossisce il padre di darla per uno scopo diverso. Se però non riescono a contenersi, esigano il debito (l’abbiamo già detto una volta); ma non si spingano più in là del proprio debitore. Sia la moglie che il marito aiutino a vicenda la propria debolezza. Egli non vada con un’altra né lei con un altro (cosa questa da cui deriva il termine “adulterio”, come per dire: “con un altro”). Anche se si oltrepassano i limiti del contratto matrimoniale, non si oltrepassino i limiti del letto coniugale. Non è forse peccato esigere dal coniuge il debito in misura superiore all’esigenza di procreare figli? È certo un peccato, ma un peccato veniale. L’Apostolo afferma: “Questo però ve lo dico per condiscendenza. Parlando poi di questo problema, dice: Non rifiutatevi l’un l’altro se non di mutuo accordo e per un certo tempo al fine di dedicarvi alla preghiera, e poi tornate a stare insieme, affinché Satana non vi tenti a causa della vostra incontinenza”. Paolo inoltre, perché non avesse l’aria di comandare ciò che diceva solo per condiscendenza (una cosa è infatti comandare alla virtù e un’altra condiscendere alla debolezza), soggiunge subito: “Questo però lo dico per condiscendenza, non per comando”. Poiché vorrei che tutti fossero come sono io. Come se dicesse: “Non vi comando di farlo, ma sarò indulgente verso di voi se lo farete” (Discorso 51).

Di solito si accusa Agostino di guardare solo alla dimensione procreativa del matrimonio. Riportiamo dunque una serie di testi relativi alla sessualità nel matrimonio, dai quali emerge un’immagine di Agostino del tutto diversa da quella che Eva Cantarella e altri cercano di divulgare. Il testo seguente è tratto da “I costumi dei Manichei”, 18-65 e l’insistenza sulla sessualità da parte di Agostine nasce dalla necessità di rispondere agli errori dei Manichei, che considerando il corpo un prodotto del demonio, ritenevano malvagia la procreazione, ovvero la produzione di ulteriori corpi. Il matrimonio era quindi giustificabile, secondo i Manichei, al solo fine dell’attività sessuale senza scopi procreativi. Sant’Agostino risponde invece che la bontà del matrimonio sta proprio nel fine di generare figli:

«Resta il sigillo del seno, a proposito del quale la vostra castità è molto dubbia. Infatti proibite non l’accoppiamento, ma, come molto tempo fa ha detto l’Apostolo, proprio il matrimonio, che è la sola onesta giustificazione dell’accoppiamento. Al riguardo non dubito che voi griderete e mi renderete odioso col dire che raccomandate e lodate in modo particolare la castità perfetta, ma che non per questo proibite il matrimonio. Ai vostri uditori, che occupano tra voi il secondo grado, infatti è consentito di prendere moglie e di tenerla con sé. Ma dopo che avrete dette queste cose a gran voce e con grande sdegno, vi rivolgerò più benevolmente questa domanda: non siete voi a ritenere che generare i figli, per cui le anime si legano alla carne, è un peccato più grave dello stesso accoppiamento? Non siete voi che solevate raccomandarci di fare attenzione, per quanto è possibile, al tempo nel quale la donna, dopo le mestruazioni, fosse atta a concepire e durante questo tempo di astenerci dall’accoppiamento perché l’anima non si mescolasse con la carne? Da ciò segue che, secondo il vostro pensiero, la moglie va presa non per la procreazione dei figli, ma per saziare la libidine. Ma le nozze, come proclamano le stesse tavole nuziali, uniscono l’uomo e la donna per la procreazione dei figli. Chi pertanto dice che è peccato più grave procreare i figli che accoppiarsi, proibisce senz’altro le nozze e fa della donna non la moglie, ma la meretrice, che, per certe compensazioni che ne riceve, si congiunge all’uomo per soddisfare la sua libidine. Dove c’è una moglie, infatti c’è matrimonio; invece non c’è matrimonio dove si cerca di impedire che ci sia la madre e dunque la moglie. Perciò voi vietate le nozze, e di questa colpa, che un giorno lo Spirito Santo predisse di voi, non vi difendete con nessun argomento. (“I costumi dei Manichei”, 18-65)

Ma soprattutto è nello scritto “Sulla dignità del matrimonio” che Sant’Agostino espone delle idee diametralmente opposte a quelle che la Cantarella cerca di attribuirgli. Il testo meriterebbe di essere letto per intero (lo si può scaricare dal questo link), qui ci limiteremo a riportare solo le parti che hanno maggior attinenza con la sessualità:

«Ciò che vogliamo dire ora, riferendoci a questa condizione di nascita e di morte che conosciamo e nella quale siamo stati creati, è che il connubio del maschio e della femmina è un bene. E tale unione è approvata a tal punto dalla divina Scrittura che non è consentito di passare a nuove nozze a una donna ripudiata dal marito, finché il marito vive, né è consentito di risposarsi all’uomo respinto dalla moglie, finché non sia morta quella che lo ha abbandonato. Se dunque il matrimonio è un bene, come viene confermato anche nel Vangelo, quando il Signore proibisce di ripudiare la moglie se non per fornicazione, e quando accoglie l’invito a partecipare a una cerimonia nuziale, ciò che giustamente si ricerca è per quali motivi sia un bene. E mi sembra che sia tale non solo per la procreazione dei figli, ma anche perché stringe una società naturale fra i due sessi. Altrimenti non continuerebbe a chiamarsi matrimonio anche nei vecchi, specie quando avessero perduto i figli, o non li avessero avuti affatto. Ora invece in un matrimonio riuscito, anche dopo molti anni, per quanto sia appassita l’attrazione giovanile tra il maschio e la femmina, rimane una viva disposizione d’affetto tra il marito e la moglie. Anzi, quanto migliori sono i coniugi, tanto più presto cominceranno ad astenersi di reciproco accordo dall’unione della carne: in tal modo non diventa in seguito inevitabile non potere più ciò che ancora si vorrebbe, ma si acquista il merito di aver rinunciato fin da prima a ciò che ancora si poteva. Se dunque ci si mantiene fedeli al rispetto e alla stima che un sesso deve all’altro, anche quando ormai il corpo di entrambi è stremato e quasi cadavere, rimane, tanto più sincera quanto più è sperimentata e tanto più accetta quanto più è dolce, la castità degli animi congiunti dal sacro rito. Hanno anche questo vantaggio i matrimoni, che l’intemperanza della carne o dell’età giovanile, anche se in sé è da riprovare, viene rivolta all’onesto scopo di propagare la prole, cosicché l’unione coniugale dal male della libidine produce un bene. Inoltre così la concupiscenza carnale viene frenata e in un certo qual modo arde più pudicamente, perché la mitiga il sentimento della paternità. Si frappone infatti una specie di dignità nell’ardore del piacere, se nel momento in cui l’uomo e la donna sono congiunti l’uno con l’altro, pensano di essere padre e madre» (“Sulla dignità del matrimonio”, 3.3)

Ancora dallo scritto “Sulla dignità del matrimonio”, riportiamo un passo dove Agostino chiarisce che anche il piacere associato all’attività sessuale è cosa buona e non va confuso con la libidine sregolata:

«Quello che infatti è il cibo per la conservazione dell’individuo, questo è l’unione carnale per la conservazione del genere umano; ed entrambe le cose non sono prive di piacere fisico. Ma questo piacere regolato e disciplinato dalla temperanza secondo l’uso della natura, non può essere libidine. Ciò che è nel sostentare la vita un cibo illecito, questo è nella ricerca della prole un rapporto di fornicazione o di adulterio. E ciò che è un cibo non permesso nella ghiottoneria, questo è un rapporto illecito nella libidine senza la ricerca della prole. E all’avidità eccessiva che alcuni hanno per un cibo consentito, corrisponde nel matrimonio il rapporto non gravemente colpevole. Come dunque è meglio morire di fame, che cibarsi di cibi sacrificali; così è meglio morire senza figli, che cercare discendenza da un’unione illecita. Però in qualunque maniera questi figli vengano al mondo, se non seguono i vizi dei genitori e onorano Dio rettamente potranno essere onesti e raggiungere la salvezza. Infatti il seme dell’uomo, da qualsiasi individuo provenga, è creazione di Dio: per chi lo usa male diverrà un male, ma non potrà mai essere un male in se stesso. Come i figli virtuosi degli adùlteri non costituiscono affatto una giustificazione per l’adulterio; così i figli malvagi dei coniugati non costituiscono affatto una colpa per il matrimonio. Perciò i Padri del tempo della Nuova Alleanza che prendevano cibo per doverosa preoccupazione, malgrado il naturale piacere fisico che ne potevano derivare, in nessun modo erano paragonabili a quelli che mangiavano la carne di vittime sacrificali o a quelli che prendevano alimenti sia pure leciti, ma in quantità eccessiva. Così i Padri dell’Antico Testamento compivano l’atto coniugale per la preoccupazione di compiere un dovere, ma quel piacere naturale, che mai poteva arrivare a una libidine irragionevole e colpevole, non dev’esser paragonato alla depravazione nell’adulterio o all’intemperanza nel matrimonio. Senza dubbio, per la stessa madre nostra Gerusalemme, allora bisognava propagare la prole secondo la carne, come ora secondo lo spirito, ma la sorgente della carità era la stessa: solo la diversità dei tempi rendeva diverso il loro operare. Allo stesso modo i Profeti, sebbene non dediti alla carne, dovevano unirsi carnalmente; e si nutrivano carnalmente gli Apostoli, senza essere carnali» (“Sulla dignità del matrimonio” 16.18)

 

6) La teologa Uta Ranke-Heinemann da parte sua, in un suo saggio assai citato su siti anticlericali scrive: «Già Agostino aveva scritto che ogni disgrazia dell’umanità ha avuto inizio in certo qual modo con la donna, cioè con Eva, per colpa della quale ebbe luogo la cacciata dal paradiso […]. “Perché il demonio non si è rivolto ad Adamo, ma ad Eva?” Si domanda. Cosi suona la risposta di Agostino: egli si rivolse dapprima alla “parte inferiore della prima coppia umana”, pensando: “L’uomo non è così credulone e potrebbe più facilmente essere ingannato cedendo all’errore di un altro [l’errore di Eva] piuttosto che cadere in un errore proprio”. Agostino riconosce ad Adamo circostanze attenuanti: “L’uomo ha ceduto alla sua donna […] costrettovi da uno stretto legame, senza tener per vere le sue parole […]. Mentre la donna accetta come verità le parole del serpente, egli voleva restate legato alla sua compagna, anche nella comunanza del peccato” (De Civitate Dei 14,11). L’amore per la donna trascina l’uomo alla rovina».

Facciamo notare che questa teologa prima era protestante, poi si è convertita al cattolicesimo, e di questo poi ha finito per contestare tutti i dogmi, fino al punto di essere scomunicata. Si tratta quindi chiaramente di una persona dalle idee confuse, e il suo utilizzo dei testi non è da meno. La Ranke-Heinemann, infatti, citando solo degli spezzoni del “De Civitate Dei” XIV, 11.2 sostiene che Agostino avrebbe accusato del primo peccato la sola donna, ma basta leggere il testo completo per vedere che non è così. Infatti, benché la disobbedienza all’ordine di Dio di non mangiare del frutto dell’albero proibito sia avvenuta in circostante diverse, la donna ingannata dal serpente e l’uomo convinto dalla donna, Agostino spiega comunque che il peccato è stato commesso volontariamente da entrambi e con la stessa gravità:

«Egli (l’angelo superbo) con la furberia del cattivo consigliere propose di insinuarsi nella coscienza dell’uomo che invidiava perché era rimasto in piedi mentre egli era caduto. Quindi nel paradiso del corpo, ove con i due individui umani, maschio e femmina, soggiornavano altri animali terrestri sottomessi e innocui, scelse il serpente, animale viscido che si muove con spire tortuose, perché adatto al suo intento di comunicare con l’uomo. Avendolo sottomesso mediante la presenza angelica e la superiorità della natura, con la perversità propria di un essere spirituale e giovandosene come di uno strumento, con inganno rivolse la parola alla donna, cominciando cioè dalla parte più debole della coppia umana per giungere gradualmente all’intero. Riteneva infatti che l’uomo non credesse facilmente e che non potesse essere tratto in inganno con un proprio errore ma soltanto nel consentire all’altrui errore. Egualmente Aronne non accondiscese al popolo in errore costruendo l’idolo perché convinto ma si adattò perché costretto, né si deve credere che Salomone ritenne per errore di dover prestare culto agli idoli ma fu spinto a quelle profanazioni dalle moine delle donne. Così si deve ammettere che nel trasgredire il comando di Dio, il primo uomo, per lo stretto legame del rapporto, accondiscese alla sua donna, uno solo a una sola, una creatura umana a una creatura umana, il marito alla moglie, e non perché ingannato credette che lei dicesse il vero. Opportunamente ha detto l’Apostolo: “Adamo non fu ingannato, ma la donna”. Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall’unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento. L’Apostolo non ha detto: “Non ha peccato”, ma: “Non fu ingannato”. Esprime il medesimo concetto con le parole: “Per colpa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo”, e poco dopo più palesemente: “Con una trasgressione simile a quella di Adamo”. Ha voluto far capire che possono ingannarsi quelli i quali non ritengono peccato le loro azioni, ma egli lo sapeva. Altrimenti non avrebbe senso la frase: “Adamo non fu ingannato”. Ma non avendo sperimentato la severità divina poté ingannarsi nel ritenere passibile di perdono la colpa commessa. Quindi non è stato ingannato nel senso in cui fu ingannata la donna, ma s’illuse sul modo con cui sarebbe stata giudicata la sua discolpa: “Me ne ha dato la donna che mi hai posto vicino, proprio essa, e ne ho mangiato”. Non c’è altro da aggiungere. Sebbene non siano stati ingannati tutti e due nel prestar fede, nondimeno col peccare tutti e due sono stati abbindolati e accalappiati nei tranelli del diavolo». (De Civitate Dei 11.2)

La disonestà intellettuale della Ranke-Heinemann diventa poi evidente quando sostiene che «Agostino riconosce ad Adamo circostanze attenuanti», quando in realtà, leggendo il testo precedente si vede che è esattamente il contrario. La donna infatti, dice Agostino, fu ingannata, mentre Adamo sembra abbia peccato in piena consapevolezza. Riportiamo ancora, per chiarezza, la parte specifica:

«Essa infatti ritenne vere le parole del serpente, egli invece non volle anche nella partecipazione al peccato disgiungersi dall’unico legame che aveva, però non è meno colpevole se ha peccato con consapevolezza e discernimento».

 

QUI IL DOSSIER ORIGINALE

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