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Tutte le false citazioni attribuite a Sant’Agostino

saint augustine,
Public Domain
Sant'Agostino
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Il testo originale, che riportiamo qui sotto, è tratto da De Trinitate XII 7, nel quale sono omesse, per non confondere le idee, le parti in cui si parla specificamente della Trinità (il testo completo è comunque scaricabile qui). Agostino scrive:

«Dunque non dobbiamo intendere che l’uomo è stato creato ad immagine della Trinità suprema, cioè ad immagine di Dio, nel senso che questa immagine si riscontri in una trinità di persone umane: tanto più che l’Apostolo dice che l’uomo (vir, maschio) è immagine di Dio e per questo gli proibisce di velarsi il capo, mentre ordina alla donna di farlo. Dice infatti: “L’uomo non deve velarsi il capo, perché è l’immagine e la gloria di Dio. La donna invece è la gloria dell’uomo”. Che dire di questo? […]. Ma vediamo bene come l’affermazione dell’Apostolo secondo cui non la donna, ma l’uomo è immagine di Dio, non sia contraria a ciò che è detto nel Genesi: “Dio fece l’uomo, lo ha fatto ad immagine di Dio; lo ha fatto maschio e femmina e li ha benedetti”. Secondo il Genesi è la natura umana in quanto tale che è stata fatta ad immagine di Dio, natura che si compone dei due sessi e quindi non esclude la donna, quando si tratta di intendere l’immagine di Dio. Infatti, dopo aver detto che Dio ha fatto l’uomo ad immagine di Dio, aggiunge: “Lo fece maschio e femmina”, o distinguendo diversamente: “li fece maschio e femmina”. Come può dunque l’Apostolo dire che l’uomo (vir) è immagine di Dio e per questo non deve velarsi il capo, ma che la donna non lo è per cui deve velarsi il capo? Il motivo è, ritengo, quello che ho già indicato, quando ho trattato della natura dello spirito umano: la donna è con suo marito immagine di Dio, cosicché l’unità di quella sostanza umana forma una sola immagine; ma quando è considerata come aiuto, proprietà che è esclusivamente sua, non è immagine di Dio; al contrario l’uomo, in ciò che non appartiene che a lui, è immagine di Dio, immagine così piena ed intera, come quando la donna gli è congiunta a formare una sola cosa con lui […]. Chi dunque potrebbe pretendere di escludere le donne da questa partecipazione, dato che esse sono nostre coeredi della grazia e visto che l’Apostolo dice in un altro passo: “Voi siete infatti tutti figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né Giudeo, né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché siete tutti uno solo in Gesù Cristo?”. Si dovrà dunque pensare che le donne che credono hanno perduto il loro sesso? No, ma poiché si rinnovano ad immagine di Dio, là dove non entra il sesso, perciò, ivi stesso ove il sesso non entra, l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio, cioè nella sua anima spirituale. Perché allora l’uomo non deve velare il suo capo perché è immagine e gloria di Dio, mentre la donna deve velarlo, perché è gloria dell’uomo, come se la donna non si rinnovasse nella sua anima spirituale, che si rinnova nella conoscenza di Dio secondo l’immagine di Colui che l’ha creata? Perché, essendo la donna differente dall’uomo per il suo sesso, poté giustamente raffigurarsi nel velo del suo capo quella parte della ragione che si abbassa a dirigere le attività temporali. L’immagine di Dio non risiede se non nella parte dello spirito dell’uomo che si unisce alle ragioni eterne, per contemplarle ed ispirarsene, parte che, come è manifesto, possiedono non solo gli uomini, ma anche le donne.» (De Trinitate XII 7)

Abbiamo qui sopra sottolineato un passo che mette bene in evidenza la pari dignità di uomo e donna, smentendo così ancora una volta quanti ignorantemente sostengono che la dottrina cristiana sarebbe misogina. Nel seguente passo si ricorda l’importanza della fedeltà, cui sia l’uomo che la donna sono chiamati allo stesso modo:

«Ci si domanda anche per solito se si deve parlare di matrimonio, quando un uomo e una donna, entrambi liberi da altri legami coniugali, si uniscono non per procreare figlioli, ma solo per soddisfare la reciproca intemperanza, ponendo però tra di loro la condizione che nessuno dei due abbia rapporti con altra persona. In un caso del genere forse parlare di matrimonio non sarebbe fuor di proposito, purché essi osservino vicendevolmente questa condizione fino alla morte di uno dei due e purché, anche non essendosi uniti a questo scopo, tuttavia non abbiano escluso la prole, come avviene invece quando la nascita di figli non è desiderata o addirittura è evitata con qualche pratica riprovevole. Ma se mancano i due elementi della fedeltà e della prole, o anche uno solo di essi, non vedo in qual maniera potremo chiamare matrimonio simili unioni. In effetti, se un uomo si unisce temporaneamente con una compagna, finché non ne trovi da sposare un’altra all’altezza della sua condizione sociale ed economica, nell’intenzione è un adultero, e non con quella che intende trovare, ma con questa con la quale vive maritalmente, pur non essendo unito a lei da matrimonio. Perciò anche la donna che conosce ed accetta questa situazione mantiene un rapporto senz’altro impudico con colui al quale non è congiunta dal patto coniugale» (“Sulla dignità del matrimonio”, 5.5)

In un altro passaggio Agostino ribadisce chiaramente la pari dignità dei coniugi nel matrimonio:

«A ciò si aggiunge che mentre essi si rendono a vicenda il debito coniugale, anche quando esigono questo dovere in maniera piuttosto eccessiva e sregolata, sono tenuti comunque alla reciproca fedeltà. E a questa fedeltà l’Apostolo attribuisce un diritto tanto grande da chiamarla potestà, quando dice: “Non è la moglie che ha potestà sul proprio corpo, ma il marito; allo stesso modo non è il marito che ha potestà sul proprio corpo, ma la moglie”. La violazione di questa fedeltà si dice adulterio, quando, o per impulso della propria libidine, o per accondiscendenza a quella altrui, si hanno rapporti con un’altra persona contrariamente al patto coniugale. Così si infrange la fedeltà, che anche nelle cose più basse e materiali è un grande bene dello spirito, e perciò è certo che essa dev’essere anteposta perfino alla conservazione fisica, sulla quale si fonda la nostra vita temporale» (“Sulla dignità del matrimonio”, 4.4)

 

4) «Non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale, niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e di quel contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere».
Questo genere di citazioni viene utilizzato anche da persone indicate come autorità intellettuali, come nel caso di Eva Cantarella, giurista e docente di diritto romano e greco, la quale scrive questa citazione in un suo articolo per il “Corriere della Sera”, aggiungendo che «è con Agostino, forse, che il cristianesimo raggiunge l’apice della misoginia. La conversione è vista da Agostino come liberazione dal desiderio, dalle tentazioni della carne, e lo stato di grazia può essere raggiunto solo esorcizzando la donna». La citazione è vera, ma del tutto decontestualizzata, è tratta dai “Soliloquia”, opera giovanile di un Agostino da poco convertito. Occorre ricordare che Agostino aveva condotto da giovane una vita dissoluta, e che il suo percorso di conversione si articolò in cinque tappe: la lettura dell’“Hortensius” di Cicerone; l’adesione al Manicheismo; la fase scettica; lo studio della filosofia neoplatonica; infine l’incontro con Sant’Ambrogio a Milano. L’“Hortensius” è un’opera di Cicerone ormai andata perduta, e la maggior parte dei frammenti di essa conosciuti sono proprio nelle opere di Agostino. In quel testo Cicerone spiegava la virtù della moderazione, ovvero del desiderio razionalmente ordinato, come condizione necessaria per raggiungere la vita beata. Il saggio, che dedica la sua vita alla ricerca della sapienza, deve evitare i vizi ed assecondare i suoi desideri solo secondo ragione.

Nel “De Trinitate”, XIV 9. 12, Agostino riporta un passo dell’“Hortensius” e dal suo commento (punto 9) emerge chiaramente che emerge chiaramente l’ideale della saggezza e della virtù che Agostino perseguì per tutta la vita, e che già era delineato nei giovanili Soliloquia. Se andiamo infatti a leggere il contesto da cui è tratta la citazione 4) scopriamo proprio che in esso viene esposta la virtù della moderazione che il saggio deve acquisire; ideale della moderazione che del resto sappiamo essere tipico di tutta la tradizione filosofica greca.

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