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La morbosità sugli stupri di Rimini è pornografia

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Non è per dovere di cronaca che certi giornalisti riportano certi fatti con dovizia di particolari. E noi, cerchiamo di custodirci

Avrei, lo giuro, preferito non doverlo fare. Devo.

Scrivere anche io dei fatti di Rimini, intendo. Ma vi assicuro che non proporrò alla vostra immaginazione nessun dettaglio che sareste obbligati a figurarvi, perché la mente funziona così. E proprio a questo schermo incensurabile sembrano spedire a forza immagini imperdonabili, i giornalisti che descrivono i dettagli.

A cosa serve? A cosa? Se non a diffondere orrore e a suscitare quello strano moto interno, strano sì, come fosse straniero, eppure noto a tutti noi uomini che conosciamo le possibilità di imbestialirci, che ci attrae verso il male, la mostruosità, la ferocia?

Qualcuno su Il Foglio parla di uso pornografico delle informazioni e dell’abuso delle informazioni che le due vittime hanno chissà con quale fatica rilasciato alla polizia.

Ha ragione, Annalena Benini. È pornografia. E peggio, come spiega nel seguito, rinnovato abuso delle vittime. Non è il dovere di cronaca, non è necessario per far sì che l’opinione pubblica si indigni a dovere. Ottiene solo privati e diffusi momenti di lurido voyerismo. Di compiaciuto o forse inarrestabile soffermarsi di tante menti su queste immagini.

Si riferisce ai titoli di Libero. Non ve li riporto e per carità, ve lo chiedo davvero, non andate a rileggerli “solo per rendervi conto”. Ci facciamo male. E ne facciamo alla ragazza polacca e al transessuale peruviano.

Chiediamoci, invece, come possiamo coprire, come possiamo tacere, come possiamo custodire da tanto orrore tutti noi. E come possiamo, almeno, offrire rispetto alle due straziate vittime.

Chiediamoci, piuttosto, se la nostra dieta di immagini e immaginazioni indotte non sia tutta da rivedere. Chiediamoci, infine, se tutto davvero possa essere detto e letto.

Digiuniamo. Con gli occhi, con la mente. Andiamo via. Allontaniamoci da tanto orrore.

Solo alcuni possono guardare a fondo il male senza esserne risucchiati. Pochi, pochissimi. Dei Gandalf magari che nelle miniere di Moria finiscono negli abissi trascinati dal tentacolo di un antico demone. Ma non noi. Noi no. Noi siamo “gli sciocchi”, e dobbiamo fuggire.

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