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"Era meglio quando le donne stavano a casa"...si può ancora dire?

DONNA CUCINA POP ART

SHUTTERSTOCK/studiostoks

Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 29/08/17

Eppure è fondamentale! Oggettivamente. Non abbocchiamo più alla fake del tempo di qualità. Ne serve una quantità industriale, di tempo. E di qualità almeno passabile. E molto spesso, superati magari i momenti di maggior carico e fatica, le soddisfazioni, le vere e proprie gioie, le gratificazioni si raccolgono anche a casa. Per una stanza sistemata, un’idea creativa, un clima disteso a tavola, una macchia debellata, le scale ridipinte, una pianta regalata che non muore subito…

Per la verità, diciamolo, tutto può diventare brutto. E tutto bellissimo. Si può essere infelici su uno yacht e felici, innocenti, in un carcere di massima sicurezza. Il segreto, per ogni condizione, sta nel farlo alla presenza di Dio, chiedendo a Lui intelligenza, idee e calorie per far andare muscoli e mente. Ma torniamo alle nostre vite sistematicamente distratte dall’essenziale.

Ci siamo dimenticate, commentando, rilanciando, associandoci o dissociandoci dal post, noi, loro, i softhaters o i garbati supporters, di ripartire dall’ostinazione della realtà e di dar voce a chi di solito la usa per almeno un 48-52 mesi solo per urlare, piangere, ridere a crepapelle e dire no: i bambini?

Noi esseri umani, nati bambini a tutte le latitudini, abbiamo esigenze che qualcuno lì tra noi grandi e grossi deve sforzarsi di rimettere al centro.




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Anche quando la sensibilità della donna non le colga per bene. Anche quando forse se ne accorge in tempo, vorrebbe tenerne conto, ma non ha la forza di imporsi, non capisce come fare, non si organizza o ha un uomo distratto, assente, o peggio. E nessun altro attorno.

Io credo che davvero sia necessario andare incontro alle necessità così diverse da donna e donna, riguardo all’equilibrio tra lavoro fuori casa e responsabilità di fronte alla famiglia; credo che sia meritorio cercare di offrire spazi di libertà alle donne (anche se per ora pare si tratti solo di bellissimi temi in classe di volonterosi scolari mentre i numeri raccontino tutt’altro. La maggior parte di noi lavora per necessità e vorrebbe più tempo per la famiglia). Ma più di tutto, forse, bisogna rimettere in ordine i sassi del muro. A partire da sotto. Gravidanza, puerperio, allattamento, svezzamento, e tutti quei periodi o stati o cose che raccontano da fuori questa inseparabile endiadi madre-figlio sono oggettivamente, irriducibilmente, primitivamente importanti. Necessitano di tempo. Di tutele, rispetto. Di silenzio intorno.

Non si tratta solo di cose “da fare” che quindi in fondo in fondo si possono pure lasciar “fare” ad altri. Si tratta di essere. Di esserci. Del fatto che io, come Michela, come Silvia, come Anna, Costanza, Elisabetta, Laura, siamo mogli e mamme. Che dotate di utero, ovaie, tube, circuiti ormonali fisiologici possiamo concepire e portare a compimento gravidanze, cioè permettere vite altrui. Che dotate di seno possiamo allattare. Possiamo e direi che dobbiamo. Non siamo in ballo solo noi. La salute di uomini che avranno 40 anni fra 39 anni e 9 mesi dipende molto da questo. Dal nostro latte!

Siamo madri di bambini che poco dopo aver gattonato, rubato biscotti, ingoiato piccole parti di giochi che non dovevano essere lì, diventano preadolescenti. Ve lo giuro, ci vuole pochissimo perché questo accada. E allora tutti i preadolescenti hanno facce un po’scomposte, corrucciate, appuntite o grassocce con occhi assetati di domande. Sì vogliono ora le vostre domande, non le risposte. Vogliono che chiediate loro che ne pensano, cosa preferiscono, su cosa possono decidere loro. Vogliono dirvi che non sono d’accordo. Vogliono dirvi che ora la vita hanno capito che è loro. “Ma non lasciateci, subito, la mano”, vi lasceranno scritto tra qualche parentesi sgarbata.

Tutto questo per dire cosa?

Che effettivamente, in fondo in fondo, ha ragione Michela. Anche con un lavoro perfetto, anche con tutte le flessibilità del caso, essere madre di figli (fosse anche uno solo) e moglie di un marito (uno, uno solo! Almeno su questo, occidentali, teniamo botta!) significa appartenere in un certo senso a loro e con loro sfuggire all’industria. Noi siamo prima, siamo sopra, attorno, fuori dall’insieme di macchine, vie di trasporto, punti vendita. Siamo quella parte selvaggia che sfugge alla produzione. Possiamo al massimo essere re, regine, principi di un regno e pure principali di una fabbrica per dare da mangiare ai nostri figli e un aiuto a migliorare il mondo. Ma non siamo risorse.




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E forse arriveranno addirittura i tempi in cui saremo tanti a pensarla così e non lo dovremo andare a scrivere su nessun giornale o social network.

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educazionelibertàmaternità
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