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Che fare se il Papa perde l’uso della ragione?

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 28/08/17

Benché – con ostinazione degna di migliore causa – qualche giornalista abbia pertinacemente protestato l’invalidità della rinuncia di Benedetto XVI (ottenendone anche straordinaria e pubblica smentita dal Papa Emerito), appare evidente che il testo della rinuncia con la sua chiarezza, e il contesto della stessa con il suo carattere pubblico, hanno adempiuto perfettamente quanto previsto dalla legge canonica. Allen osserva che non si potrebbe dire lo stesso della lettera di Paolo VI, che molto meno trasparente sarebbe stata, qualora fosse “entrata in vigore”, quanto al “liberamente” e al “debitamente”: la lettera è stata scritta senza costrizioni, è più che plausibile. Ma chi la tira fuori nel momento opportuno? E quel qualcuno che la tira fuori sta compiendo un atto del Papa? Con quale evidenza dovremmo fugare il dubbio che nel compierlo non stia perseguendo un proprio opaco progetto eversivo?

Probabilmente sarebbe stato Macchi stesso a dover consegnare la lettera al Decano del Sacro Collegio, che avrebbe preso atto delle dimissioni e, conseguentemente, avrebbe dichiarato lo stato di sede vacante. Pare inoltre – è sempre Allen a ricordarlo – che il Papa avesse scritto una seconda lettera indirizzata appunto al Segretario di Stato, all’epoca forse ancora il Cicognani di cui sopra, per spingere il Collegio cardinalizio ad accettare le dimissioni.

Un’ingiunzione ridondante, perché è vero che il Can. 332 § 2 sarebbe stato promulgato vent’anni dopo i fatti di Paolo VI, ma è altrettanto vero che all’epoca era vigente il Codice Pio-Benedettino, del 1917, il quale pure recitava, al Can. 221:

Se si desse il caso di rinuncia del Romano Pontefice, per la validità della di lui rinuncia non è necessaria l’accettazione dei Cardinali o di altri.

[traduzione mia]

Ma Paolo VI sapeva che una lettera avrebbe forzato la mano, per quanto Pio XII avesse osato forse anche di più, quando dispose che all’atto di un suo rapimento da parte dei nazisti (minaccia ventilata in ambienti diplomatici, ben conosciuti da Pacelli), ipso facto la Santa Sede fosse e venisse ritenuta vacante, e che quindi si procedesse a nuove elezioni papali. «Tutto quello che avranno – pare che abbia detto, ma non mi risulta che consti da documenti scritti – è il cardinal Pacelli, non il Papa».

Frase certamente eroica nel suo complesso, ma non poco problematica quanto alla natura del ministero petrino, per come ne promana il senso: ricordo che il 13 febbraio 2013 io costeggiavo casualmente San Pietro, mentre Benedetto XVI scagliava quel fulmine che non si ricordava dai tempi di Giove tonante. Ricordo che mi sintonizzai alla radio e che raggiunsero al telefono Vito Mancuso ed Enzo Bianchi, per un commento a caldo. Il primo farfugliò qualcosa e poi ammise di non essersi ancora fatto un’idea. Il secondo sentenziò nettamente che il Papa sarebbe tornato «ad essere il cardinal Ratzinger». Cosa che mi parve subito contrastante col complesso della dottrina cattolica sull’ufficio petrino, che se non imprime un “carattere” sacramentale di certo non è assimilabile a un qualunque ufficio di diritto ecclesiastico. I fatti a seguire, con l’abbozzo dell’istituto del Papato Emerito, avrebbero confermato quest’impressione e contestualmente aperto un sentiero tutto da esplorare.

Qualunque cosa abbia detto (o non detto) Pacelli, insomma, è fuor di dubbio che avesse disposto uno stratagemma per cui l’eventuale blitz nazista che lo minacciava non avrebbe sortito gli effetti delle deportazioni papali sotto Napoleone: e pure lì… Pio VI morì in cattività, ma il successore tornò a Roma, dopo la prigionia (anzi il benedettino Chiaramonti regnò abbastanza da vedere il crollo dell’impero napoleonico, l’avvio della Restaurazione, l’esilio a Sant’Elena e la morte del “generale”, come pare che Consalvi chiamasse l’Imperatore nei peggiori momenti).

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codice di diritto canonicodiritto canonicoinvecchiamentomontinipapato
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