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Le sfide alla libertà religiosa che deve ancora affrontare l’Amministrazione Trump

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Jesús Colina - Aleteia Italia - pubblicato il 23/08/17

Intervista al sociologo Massimo Introvigne, fondatore del Centro di Studi sulle Nuove Religioni

Il governatore del Kansas, Sam Brownback, dovrebbe diventare il prossimo ambasciatore degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo, se il Senato approva la proposta del presidente Donald Trump.

Quali sono le sfide che dovrà affrontare? Aleteia ha voluto parlarne con il sociologo Massimo Introvigne fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR), già rappresentante per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), con un’attenzione particolare alla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni.




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Aleteia: livello internazionale, quali sono, secondo Lei, le minacce più gravi alla libertà religiosa sulle quali dovrebbe concentrarsi il futuro rappresentante statunitense per queste questioni?
Massimo Introvigne: Sarebbe banale rispondere la Corea del Nord, i territori ancora controllati dall’ISIS, i Paesi islamici che puniscono l’apostasia con la pena di morte. Tuttavia questi sono vecchi dossier su cui, salvo tenere viva la consapevolezza internazionale, sarà difficile che il rappresentante statunitense ottenga risultati concreti. Credo che invece Brownback possa ottenere qualcosa dalla Russia e dalla Cina, che sono oggi i due ostacoli maggiori a una politica globale e condivisa della libertà religiosa, anche se avrà problemi perfino all’interno della stessa amministrazione Trump.

Il recente rapporto annuale della Commissione per la libertà religiosa del Dipartimento di Stato americano (USCIRF) non solo critica avversari degli Stati Uniti sulla scacchiera internazionale, ma anche alleati come Arabia Saudita e Turchia. Come dovrebbe comportarsi USA con questi paesi “amici”? È coerente venderli armi o allearsi militarmente con loro e allo stesso tempo assistere alla violazione dei diritti religiosi basici?
La verità è che nello scacchiere medio-orientale ci sono pochissimi “buoni”. Ma certamente è giusto condizionare gli aiuti militari a un’attenzione non solo formale alla libertà religiosa.

Lei considera che il “travel ban” introdotto da Trump, che mette al bando i cittadini di sei paesi a maggioranza islamica ritenuti a rischio di terrorismo, può considerarsi come un problema per la libertà religiosa?
Considero il “travel ban” un errore, perché – statistiche alla mano – non è da quei Paesi che vengono i terroristi. Se prendiamo i maggiori attentati degli ultimi anni in Occidente ci sono molti sauditi e altri dei Paesi del Golfo, ma anche algerini, marocchini e perfino cittadini francesi, belgi e inglesi, ma nessun iraniano. Il “travel ban” ha irritato giustamente i musulmani e rende più difficile il dialogo anche sul tema della libertà religiosa.




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Il rapporto del Dipartimento di Stato americano critica anche la Cina e la Russia per violazioni alla libertà religiosa. Gli Stati Uniti hanno degli elementi per esigere il rispetto della libertà dei credenti in quei paesi?
Come dicevo, questi sono i problemi principali per Brownback. Ma sono diversi tra loro.
La Cina limita la libertà religiosa per proteggere lo Stato e l’egemonia del Partito Comunista, non una specifica religione, mentre la Russia vuole proteggere la Chiesa Ortodossa dal proselitismo che viene da forme religiose più dinamiche, molte delle quali di origine statunitense.
La Cina ha una politica che, come sa bene la Santa Sede, può essere snervante, di “stop and go“, concessioni seguite da passi indietro. Distinguerei due problemi. I primi riguardano i cattolici e i protestanti che non vogliono aderire alle organizzazioni religiose “ufficiali” e “patriottiche” che sono le uniche riconosciute e autorizzate dal regime. C’è oggi una certa tolleranza di fatto, e un dialogo in corso anche con la Santa Sede, ogni tanto controbilanciata da gesti e marce indietro che vogliono dare il segnale che il regime intende sempre controllare strettamente chi non si adegua. Il secondo problema è costituito dai cosiddetti “xie jiao“, gruppi religiosi su una lista nera i cui adepti rischiano la prigione e peggio. Spesso in Occidente si traduce “xie jiao” con “sètte” ma è un errore, L’espressione “xie jiao” risale all’epoca Ming, molto prima delle controversie sulle “sette” in Occidente, e il suo significato oscilla tra la teologia (“credenze eterodosse”) e l’ordine pubblico (“movimenti religiosi criminali”). Mentre chi usa la parola “sette” in Occidente – si tratta in genere di attivisti ostili a questi gruppi, mentre la maggioranza dei sociologi accademici la evita – ne rubrica centinaia, in Cina i gruppi classificati come  “xie jiao”, che vanno incontro a conseguenze molto più gravi, sono pochi. Certamente la mentalità cinese è diversa da quella europea. Proprio perché la repressione può essere drastica, la Cina andrebbe persuasa a legare la categoria di “xie jiao” solo a crimini gravi effettivamente commessi e non a semplici credenze eterodosse o idee critiche nei confronti del regime. Le istituzioni governative sul tema degli “xie jiao” hanno avviato un confronto con studiosi internazionali, cui io stesso sono stato invitato. Ma il dialogo è molto difficile.
La situazione è per certi versi perfino peggiore in Russia, come attestano la recente “liquidazione” dei Testimoni di Geova, definita dalla dissidente storica Lyudmila Alexeieva “non solo un errore ma un crimine”, il tentativo di “liquidare” altri gruppi tra cui la Chiesa di Scientology, e le leggi Yarovaya che vietano a religioni e movimenti il proselitismo al di fuori dei propri luoghi di culto. Peggiore, perché l’apparato giuridico è ispirato a un aberrante principio di “sicurezza spirituale” che vorrebbe includere nella protezione dei cittadini la loro protezione contro idee religiose diverse dal cristianesimo della Chiesa Ortodossa, e perché i russi cercano di esportare le loro tesi a livello internazionale con  aiuti a organizzazioni “amiche” e una propaganda spesso fondata su “fake news” ma molto sofisticata, che i cinesi non hanno. Un errore che sono certo Brownback non commetterà è quello di farsi limitare dall’eventuale antipatia per gruppi come i Testimoni di Geova o Scientology. Non sono i loro metodi di gestione delle loro organizzazioni e di proselitismo il vero cuore del problema – se vi fossero illeciti di singoli individui, la Russia potrebbe perseguire quelli – ma di sentenze che vietano libri e proscrivono idee, in base a una mentalità che esclude la libertà religiosa come l’Occidente e le convenzioni internazionali che la Russia ha firmato la definiscono. Anche in questo caso Brownback farà bene a partire dalla constatazione che nella stessa Chiesa Ortodossa, e forse anche intorno a Putin, ci sono “falchi” e “colombe” in tema di repressione delle minoranze religiose, per cercare di insinuarsi in queste contraddizioni.
Come dicevo, però, troverà dei freni e degli “amici del Cremlino” nella stessa amministrazione Trump. Il rapporto USCIRF nella parte sulla Russia usa espressioni che avrebbero giustificato l’inclusione della Russia nella lista delle “countries of particular concern”, che è il preludio a sanzioni finché la situazione sulla libertà religiosa non migliora. Questa era la raccomandazione della commissione che ha preparato il rapporto, ma alla fine “qualcuno” al Dipartimento di Stato ha messo il veto.




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Non crede che Stati Uniti si considerano una specie di “poliziotto” della libertà religiosa a livello internazionale?
C’è in effetti un errore che gli americani commettono spesso, quello di credere che il modello americano sia da proporre a tutto il mondo e così si risolva il problema della libertà religiosa.

Non si può proporre, e tanto meno imporre, agli ortodossi e ai russi in genere il modello della Costituzione americana, in cui tutte le religioni, grandi o piccole, nuove o recenti, sono rigorosamente considerate uguali ed è vietato allo Stato esprimere particolare considerazione per una o per alcune. Questo modello, eccellente per gli Stati Uniti, è legato alla storia americana, che non è quella russa. Certamente le religioni debbono essere trattate in modo ugualmente equo dalla legge e vedersi tutte garantite le libertà fondamentali. Ma non è contro la libertà religiosa — questo è stato più volte stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (che, tra parentesi, non è un organo dell’Unione Europea ma del Consiglio d’Europa, di cui la Russia fa parte) e dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di cui pure la Russia è Stato partecipante) — il fatto che uno Stato decida di riconoscere il ruolo speciale di una o più religioni nella storia del Paese, assicurando loro un riconoscimento e una collaborazione con le autorità che non è concessa ad altre organizzazioni religiose. È il caso della Chiesa anglicana in Inghilterra o della Chiesa cattolica in Italia, dove la Costituzione assegna al Concordato un ruolo speciale, pur prevedendo intese con altre religioni significative e assicurando la libertà religiosa a tutti. Potrebbe essere il caso della Chiesa ortodossa in Russia. È il modello italiano, non quello americano, che può essere indicato ai russi in un dialogo che miri a ottenere dei risultati.
Come con i cinesi, con i russi il dialogo è difficile. Ma io ne ho fatto esperienza quando sono stato nel 2011 Rappresentante per la libertà religiosa dell’OSCE e ho incontrato sia il metropolita Hilarion sia il patriarca Kirill, e personalmente non vorrei arrendermi. So che la Chiesa Ortodossa, secondo me sbagliando in modo gravissimo, ha applaudito la “liquidazione” dei Testimoni di Geova. Ma non bisogna confondere la Chiesa Ortodossa nel suo insieme con le frange più radicali ed estreme.

Ci sono violazioni alla libertà religiosa in Stati Uniti che devono essere affrontate?
Questo problema ha due aspetti. Il primo è molto delicato e riguarda il conflitto tra il diritto alla libertà religiosa e altri diritti, in particolare il diritto delle persone omosessuali a non essere discriminate. Sono noti i casi di fotografi, fiorai e pasticceri che sono contrari al matrimonio omosessuale e si rifiutano di prestare i loro servizi per questi matrimoni, finendo spesso condannati per discriminazione. Alcuni pensano che il loro problema si risolva con una legge sulla libertà religiosa, che li autorizzi a una specie di obiezione di coscienza. Non tutto è falso in questa argomentazione, ma il rischio è trascinare il problema della libertà religiosa in “culture wars” da cui dovrebbe essere tenuto distinto. Forse ci sono altre vie giuridiche per risolvere con equanimità e buon senso i problemi dei pasticceri che non vogliono fare torte con due uomini di zucchero vestiti di bianco, anziché un uomo e una donna, senza fare di questi casi il perno della problematica della libertà religiosa, che mi sembra un po’ una forzatura.

Il secondo aspetto è che gli Stati Uniti stessi non sono estranei alle discriminazioni contro gruppi etichettati come “sette”, che talora sembrano non avere diritto a essere trattati come tutti gli altri. E’ vero che li tribunali hanno bloccato spesso le manovre dei cosiddetti movimenti anti-sette. Ma resta una cultura dell’intolleranza. Faccio due esempi: il primo è il programma televisivo dell’attrice Leah Remini su Scientology, che ha una certa audience forse perché chi parla è una bella donna, ma a me sembra talora più una sequela di insulti che di argomenti. E il fatto che TED, l’enorme sito educativo, abbia postato un video sui “cults” (una parola la cui traduzione esatta è “sette”, non “culti”) che ripete stereotipi sulla manipolazione mentale criticati dalla stragrande maggioranza degli studiosi. Quando il video è arrivato a ottocentomila download, mi sono fatto promotore di una lettera a TED firmata da ventisette studiosi di diversi continenti: onestamente, l’hanno firmata tutti i nomi più famosi nel settore degli studi sui nuovi movimenti religiosi. Una lettera gentile: ma TED non ha neppure risposto.
Certo, qui si tratta di intolleranza, che è un fatto culturale, non di discriminazione, che è un fatto giuridico. Ma quando ero all’OSCE introdussi in una conferenza internazionale a Roma quello che oggi molti chiamano “modello di Roma”, secondo cui l’intolleranza prepara sempre la discriminazione, e questa  – come la Russia oggi insegna – prepara la vera e propria persecuzione.




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