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I figli dei preti: forse è in arrivo il nuovo “caso Spotlight”? (II parte)

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 23/08/17

Almeno due cose che – tra molte altre – ho imparato da un’altra inchiesta, condotta con serietà e rigore da un giornalista cattolico: se Jean Mercier è ormai fortunatamente noto in Italia per il suo delizioso romanzo Il signor parroco ha dato di matto, si deve ancora lamentare la mancanza di una traduzione del suo documentato dossier sul Célibat des prêtres. La discipline de l’Église doit-elle changer ?(Desclée de Brouwer, Paris 2014). Il saggio nasce dalla volontà di raccogliere sul campo le esperienze di sacerdozio latino uxorato attualmente in actu, cioè fondamentalmente quelle dei ministri di culto di altre confessioni che, entrando nella comunione cattolica, chiedono e ottengono di essere ordinati preti e di venir contestualmente dispensati dall’obbligo del celibato. Tali preti sono dunque perfettamente cattolici, per di più latini (non si trovano nella complessa situazione delle Chiese cattoliche orientali), sono pastori in cura d’anime, mariti di mogli con cui possono lecitamente avere rapporti coniugali e da cui hanno figli. Dunque un campo di indagine tanto interessante quanto vergine.

Le due cose che ho imparato, dunque, sono queste:

  1. non ogni donna è in quanto donna capace di essere la moglie di un prete;
  2. ad ogni modo per nessun figlio che nasca da un prete cattolico è facile indossare quel ruolo (che inoltre, a differenza di quanto ha fatto la madre, in nessuno modo lui ha potuto scegliere e abbracciare).

La moglie del prete

Quella che Mercier individua per “la moglie del prete” è una vocazione specifica. Né certamente è lui il primo a chiamarla così: se nelle Chiese ortodosse la si chiama “santa presbitera” c’è senz’altro un motivo. Confrontando le suddette esperienze cattoliche con quelle, analoghe, ortodosse e protestanti, Mercier annota:

Dalla totalità delle testimonianze si evince almeno una costante: il successo di una coppia pastorale riposa sulla solidità della sposa, in particolare. La maggior parte di queste donne hanno potuto fondarsi su di un modello già disponibile, quello della “moglie di pastore” (un modello in piena evoluzione, perché esistono ormai coniugi maschi di pastore femmine), prima di diventare mogli di laici cattolici e poi mogli di preti cattolici.

(p. 240)

E Mercier illustra così i “due modelli fondamentali”, che sono un modello tradizionale (richiamato da Henriette Balland, Kate Prior, José Hawkins) costituito da «donne estremamente votate al marito, le quali spesso non hanno una vita professionale molto impegnativa»; e un modello moderno (per il quale nomina solo Sarah Drummond): «in molte sono direttrici di scuola. Seguono spesso a distanza la vita della parrocchia, rifiutando di impegnarsi in attività impegnative, e auspicano che si riconosca una distinzione tra la loro sfera privata e quella professionale».

La conclusione?

Senza dichiarare uno dei due modelli superiore all’altro, si può considerare che una moglie di prete cattolico ha una vocazione propria. Nel giugno 2005, mons. Léonard parlava in questi termini di Henriette Balland, la moglie di Patrick: «L’apprezzo molto. È al contempo molto presente e molto discreta. Eh, non è cosa per tutte, essere mogli di preti!».

(p. 241)

In tal senso, auspicare che, solo perché da lei ha avuto un figlio, a un prete sia permesso di sposare una donna restando nel proprio ministero significa conoscere l’animo umano e le dinamiche sociali ancora meno della storia e del diritto della Chiesa.

I figli dei preti

La questione dei figli è terribilmente più complicata, e poiché ci riporta al nostro tema principale sarà opportuno saccheggiare più diffusamente le osservazioni di Mercier, che scopriremo confermare alcune delle dichiarazioni del Boston Globe – ad esempio quella sulla tendenza al suicidio – pur collocandole in un orizzonte molto più ampio: provenendo da ambienti in cui non esiste stigma sociale, non v’è stata negazione dei rapporti, la posizione nella comunità, lungi dall’essere svantaggiata, è addirittura di preminenza, questi figli di preti ci inducono a considerare che ad essere problematici per loro siano ben altri fattori che la disciplina del celibato ecclesiastico (proprio perché questi non la conoscono ovvero non la vivono).

Quest’inchiesta non ha permesso di esplorare in maniera sufficiente la sorte dei figli. Ma, con ogni evidenza, c’è una forte pressione per i figli di preti cattolici venuti fuori dalla Riforma, quella di mettersi al servizio dell’esemplarità del loro padre prete. Il fenomeno è ancora più forte nella misura in cui questi preti sono dei convertiti, e dunque in quanto debbono essere doppiamente esemplari… Si constatano pure, talvolta, dei legami fusionali tra i figli (divenuti adulti) e il loro padre prete, alle volte vissuto sul piano spirituale, poiché il padre prete funziona come una figura tutelare difficile da abbandonare. Se la Chiesa dovesse un giorno ordinare degli uomini sposati, essa dovrebbe confrontarsi col fardello che rappresenta l’esemplarità per i figli dei prelati.

(p. 242)

E Mercier torna ancora, nelle conclusioni generali del libro, a raccogliere insieme la grande quantità di input che durante l’inchiesta lo avevano colpito: la vita estremamente particolare di una “famiglia pastorale” (anche al netto di incomodi come trasferimenti poco pratici o penalizzanti per i bambini) raccoglie in sé una quantità enorme di problematiche. A ben vedere si capisce perché, fino al Concilio Trullano, anche i “viri probati” (di cui oggi si parla talvolta a vanvera) erano tenuti ad osservare la continenza coniugale quando la coppia, concordemente, sceglieva e chiedeva di entrare nel ministero presbiterale.

Se i congiunti di pastori hanno scelto il loro stato – o perlomeno vi aderiscono –, se la loro “metà” è giunta al ministero dopo il matrimonio, la cosa non è vera per i bambini che nascono in una famiglia pastorale, e si ritrovano sotto pressione, anche inconscia, tanto è potente la cultura dell’esemplarità del pastore e dei suoi figli. Non si può sottovalutare, qui, il ruolo normativo della Bibbia per i protestanti: la lettera a Tito sottolinea che gli anziani o “presbiteri” (presbyteroi) devono essere irreprensibili, avere figli credenti «che non si possano accusare di cattiva condotta o di indocilità». L’esemplarità dei figli è dunque richiesta dall’autorità suprema, dalla Scrittura.

Per la maggior parte le persone adulte suscettibili di recare tracce sul loro destino di figli o di figlie di pastore (diciamo oltre la soglia dei 40 anni) sono state cresciute in famiglie in cui il modello di pastore era ancora tradizionale (perlopiù un uomo). Per molti, non è mai stato facile essere il figlio di un pastore. È complicato essere tenuti all’esemplarità agli occhi della comunità, e anche vedere nel proprio padre un’icona della Trascendenza. Altri hanno vissuto con gioia questo stato e se ne rallegrano. Un futuro pastore si dice felice, per esempio, del fatto che suo padre, pastore, sia pure il suo “padre spirituale”.

Il figlio di pastore è spesso cresciuto nello scrupolo di valorizzare la missione sacra di suo padre, e dunque si attiene a essere o a sembrare perfetto; la qual cosa lo spinge a non “ascoltare” i propri bisogni, a sacrificarli per corrispondere a ciò che la comunità religiosa si aspetta da lui, a farsi in quattro per darle ciò che chiede. Oppure può risultare schiacciato dalla perfezione di suo padre, col quale non riesce a entrare in rivalità, e questa cosa lo spinge a svalutarsi. Oppure può soffrire dello scarto | tra la lusinghiera immagine che il padre rende all’esterno e quella che percepisce negativamente dall’interno della famiglia.

Questo potrebbe spiegare una prevalenza del suicidio tra i figli di pastori. È una realtà sulla quale non esistono statistiche, ma che torna nei mormorii delle consultazioni pastorali, e che è un po’ il tabù dei protestanti. Una verità raccolta da Nicole Jeammet dalla bocca di un pastore, quando la stessa Nicole lo interroga sulla difficoltà di essere figlio di pastore:

«La sua osservazione non potrebbe essere più vera, a tal punto che – senza disporre di esatte cifre statistiche – i suicidi dei figli di pastori sono più frequenti della media. Ne conosco diversi, a dire il vero, in questi ultimi anni. Mi vengono alla mente tre esempi negli ultimi tre anni, tra i quali uno che mi era abbastanza vicino, mentre due sono persone che conoscevo di vista».

Tra adorazione e detestazione del padre-pastore, ci si può domandare se esista una via mediana tra la “fusione” e il “rigetto”.

Negli Stati Uniti un terapeuta, egli stesso figlio di pastore missionario, Timothy Sanfort, ha dedicato ai figli di pastori malati della loro nervrosi di perfezione un libro intitolato I have to be perfect, e introduce così la problematica:

Lavoro da diversi anni come terapeuta professionale con dei figli di pastori e con delle famiglie coinvolte nel ministero. Avendo avuto modo di ascoltare storie su storie, ho rilevato diversi temi e modi di pensare comuni e simili, tra i figli di pastori e di missionari […]. Malgrado tutte le esperienze positive che ho avuto (come figlio di pastore), inclusa una buona relazione con i miei genitori, avevo subito dei danni perché ero venuto su in un ambiente ministeriale. Ci sono questi “rischi del mestiere” che vengono dal fatto che i vostri genitori | sono impegnati nel ministero. La mia visione semplicistica è cambiata. Ora vedo i danni profondi lasciati nel mio spirito.

In casi estremi, dei figli che vanno a rotoli trascinano il padre nella loro caduta. Nel dicembre 2008 un vescovo luterano norvegese, Ernst Baasland, si è ritrovato rovinato dai debiti di gioco di suo figlio 43enne, che aveva fatto fuori il patrimonio famigliare. Dovette rassegnare le dimissioni.

(pp. 288-290)

In fondo Michael Rezendes potrebbe raccogliere questi appunti: anche il vescovo luterano norvegese, del tutto svincolato dalla disciplina cattolica del celibato, gli conferma che davvero questo è il sentimento costante di tutta la cristianità – il sacerdozio non può mai diventare un lavoro, né la famiglia saprà mai ridursi a una cornice asettica. I figli dei preti vanno certamente aiutati in quanto sono le vittime più innocenti dell’intemperanza di due adulti che vengono meno ai loro doveri; le modalità per farlo vanno però cercate nella bimillenaria esperienza di chi sa cosa sia il sacerdozio, non nelle pressioni di una o più lobby mediatiche.

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