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Un passato scomodo e pesante: capire o censurare?

GENERAL LEE STATUE

Katherine Welles/Shutterstock

Lucandrea Massaro - Aleteia Italia - pubblicato il 17/08/17

La rimozione della storia non è il modo per evitare che si ripeta, è il presupposto dell'ignoranza

La manifestazione di sabato scorso a Charlottesville, in Virginia, Stati Uniti, è stata una nuova tappa nella lunga contrapposizione che sta vedendo ritornare in auge il suprematismo bianco in America e con esso tutto il corollario di razzismo e violenza che spesso ne ha contraddistinto la storia. Il fatto che la contromanifestazione – che stigmatizzava i difensori del Ku Klux Klan e dei gruppi nazisti americani – abbia subito una aggressione mortale non fa che rendere tutto più serio e più triste. In questo clima diversi sindaci e autorità locali stanno decidendo di abbattere o rimuovere i simboli del passato schiavista nel Sud degli Stati Uniti. Statue a generali o eroi unionisti, difensori del diritto di possedere schiavi. Eroi di un tempo che fu, antieroi di una scelta sbagliata di un popolo, ma pur sempre parte di quella storia.

“È triste vedere la storia e la cultura del nostro grande Paese lacerate dalla rimozione delle nostre belle statue e monumenti. Non si può cambiare la storia, ma si può imparare da essa. Robert E. Lee, Stonewall Jackson – chi sarà il prossimo, Washington, Jefferson? È così assurdo!”. Così Donald Trump su Twitter

Certo la vicinanza del Presidente Trump alla cosiddetta Alt-Right non fa pensare ad un genuino amore per la storia dell’America, quanto piuttosto all’opportunismo politico in senso stretto, ma questo non rende le parole in sé meno vere.

Ma se a difendere il diritto di Robert Lee a guardare dall’alto in basso i cittadini americani del XXI secolo sono rimasti davvero in pochi, c’è però chi sensatamente si chiede se, dopo il turno dei generali e dei giudici sudisti, non verrà quello di George Washington e Thomas Jefferson. I primi presidenti degli Stati Uniti furono infatti, coerentemente con un costume dell’epoca ben diverso dall’attuale, proprietari di schiavi: dagli anche a loro, quindi? (Il Giornale)

Nella foga liberal di purificare la memoria, troppo spesso si decide che la censura è più efficace dell’educazione. Eppure – molto opportunamente – un tempo i liberali di sinistra e di destra erano contrari alla censura e se la presero anche con l’Indice di Santa Romana Chiesa. Una opera non va stigmatizzata, va letta e capita, contestualizzata e criticata e possederne copia o leggerla non può mai essere un problema in sé. A mio modesto parere direi che è lo stesso con la storia. Del resto è la stessa cosa che condanniamo quando i Talebani abbattono delle antichissime statue del Buddha in Afghanistan o quando l’Isis fa a pezzi le reliquie della civiltà persiana. Quello è un patrimonio dell’umanità, giù le mani!

Non solo gli americani hanno un problema col loro passato, basti pensare alle iniziative (o le dichiarazioni) in Spagna o in Italia in questo senso. Certo da noi la ferita è per certi versi ancora aperta, il franchismo e il fascismo sono la triste storia dei nostri nonni, non quella dei nostri antenati, ma si tratta di un errore in entrambi i casi.

Di recente si è parlato di intitolare una via o una piazza a Pino Rauti, fascista e leader del Movimento Sociale. Quello è un errore. L’Italia ha fatto una scelta precisa: l’antifascismo, e questa scelta non può – per un mal concepito senso di pacificazione nazionale – onorare una persona che non ha mai abiurato idee sbagliate (la violenza politica, l’alleanza col nazismo, le leggi razziali, il colonialismo). Ma può (e deve) conservare la storia del proprio popolo, anche quando non è una storia di cui andiamo fieri. Abbattere le statue va bene il minuto dopo la caduta del tiranno, non quando i nipoti e i pro-pro-nipoti dovrebbero aver metabolizzato quella storia.

La storia è una vecchia signora che insegna un sacco di cose a scolari poco attenti. Siate bravi e mettetevi ad ascoltarla in silenzio…

Tags:
donald trumpstoria
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