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I 3 papi di padre Federico…

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Press Conference - World Meeting of Families Philadelphia 26 September 2015 - Archbishop Joseph Edward Kurtz - Father Federico Lombardi - Father Manuel Dorantes. CREDIT: Antoine Mekary / ALETEIA
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Al servizio della Santa Sede per ben 25 anni, l'ex portavoce del Vaticano si racconta

A confronto con il settimanale Tempi, sul tema del prossimo Meeting di Rimini dal suggestivo tema “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo” (20-26 agosto), Padre Federico Lombardi si racconta e ci racconta il suo rapporto con ben tre pontefici, sotto i quali ha servito in varie vesti, prima come direttore – per 25 anni – della Radio Vaticana poi come direttore della Sala Stampa della Santa Sede, incarichi che ha lasciato lo scorso anno. “Si può essere padri davvero quando si ha qualcosa di valido da trasmettere ai figli per aiutarli a trovare il senso della loro vita” dice Lombardi. “Una delle cose che mi danno maggiore consolazione è proprio sentire, con mia sorpresa, persone più giovani che mi dicono che quella parola, quel gesto, quell’atteggiamento è stato importante per loro e se lo sono portato con sé durante la vita. Quindi c’è stato qualcosa che avevano ereditato e si sono riguadagnati per possederlo“. Ci sono infatti molti modi di essere “padri”, la paternità è infatti un dono spirituale che per alcuni coincide con la genitorialità, ma quanti sono i professori, i maestri, i colleghi più anziani, i direttori spirituali che si sono sobbarcati l’onere di crescere moralmente, spiritualmente o intellettualmente una generazione? Padre Lombardi ricorda i suoi di padri, a partire dai genitori e poi dagli educatori scout della sua giovinezza, “Poi ci sono le grandi figure che ho imparato a conoscere nella crescita delle fede e della vita religiosa. Abramo. Dire che Abramo è il nostro padre nella fede per me non è una parola. È una verità molto concreta: la nostra vita è un cammino nella fede, affidandoci a Dio con fiducia ma continuando a sapere che Dio è un mistero sempre immensamente più grande di quanto possiamo capire. Poi c’è Ignazio di Loyola [padre Federico è un gesuita, NdR], Matteo Ricci e il mio confessore, che ora è in paradiso“.

Un tema caro al Meeting e a papa Francesco è quello dei cristiani perseguitati. Tra Siria, Egitto, Iraq, Cina, negli ultimi anni abbiamo visto casi anche eclatanti di martirio. Che cosa significano per la Chiesa?
È giustissimo ricordarsi continuamente dei cristiani perseguitati e vivere in tutti i modi possibili la solidarietà spirituale e materiale con loro. Vi sono tempi, come quelli attuali, in cui i cristiani di intere regioni soffrono persecuzioni o devono abbandonare le loro case. Ma questa è una condizione quasi permanente della Chiesa. Il martirio, anche fino a versare il sangue, accompagna tutta la storia della Chiesa. Giovanni Paolo II giustamente ci aveva incoraggiato a ricordare gli innumerevoli martiri del XX secolo. In questi anni diversi di loro vengono beatificati (guerra civile spagnola, nazismo, comunismo nelle diverse parti del mondo, terrorismo, regimi oppressivi latinoamericani) ma sono solo la punta dell’iceberg di molti e molti di più, sconosciuti da noi ma conosciuti dal Signore. E non solo cattolici: giustamente Francesco insiste sull’ecumenismo del sangue. E non solo cristiani: gli innocenti che vengono massacrati non sono forse misteriosamente uniti alla Croce di Gesù che muore per tutti? Una Chiesa in cui non ci siano martiri mancherebbe di fatto della forma più concretamente vera e visibile di unione con la Croce di Gesù. Non è pensabile. Dovremmo preoccuparci molto. Naturalmente la violenza ingiusta è sempre orribile ed esecrabile, ma se la Chiesa crede che proprio attraverso la Croce di Gesù l’amore di Dio vince la morte, come possiamo non desiderare di essere uniti a questa Croce?

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