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Conversione folgorante: Israel Zolli, ovvero “la promessa della sinagoga”

ZOLLI
AP File Photo
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All’indomani della Seconda guerra mondiale e della sua repentina conversione, il Rabbino capo di Roma chiede il battesimo. Sceglie come nome “Eugenio”, in onore di Pio XII e per riconoscenza alla sua azione in favore dei giudei durante la guerra.

Israel Zoller, il cui cognome fu italianizzato in “Zolli” sotto le leggi antisemite di Mussolini, è nato nel 1881 a Brody in Galizia (sud-est della Polonia), ai confini dell’impero austro-ungarico. Sua madre, che discende da una lunga dinastia di rabbini, sogna anche per lui il rabbinato. Egli compie dunque gli studi superiori a Vienna, poi a Firenze, e parallelamente segue i corsi del collegio rabbini della città. Nel 1918, a 39 anni appena, viene nominato Rabbino capo di Trieste – che era all’epoca uno dei centri israelitici più importanti d’Europa – carica che egli terrà per una ventina di anni. Nel 1939, mentre l’Europa scivola nella guerra, diventa Rabbino capo di Roma. Quando la Germania occupa una gran parte d’Italia, nel 1943, la comunità ebraica locale entra a sua volta nel ciclo infernale delle deportazioni e delle esecuzioni di massa, perpetrate dai nazisti e dai loro complici.

L’improvvisa apparizione

In questa tormenta, Cristo appare improvvisamente al Rabbino capo nell’ottobre 1944, mentre si trovava all’interno della grande sinagoga romana, nel pieno dello Yôm Kippûr (il giorno dell’espiazione).

Fu come se una nebbia scorresse scivolando poco a poco all’interno del mio animo. Divenne mano a mano più densa e persi il contatto con tutti quelli che mi circondavano. […] All’improvviso, vidi con gli occhi dello spirito una grande prateria e, in piedi al centro del prato verde, stava Gesù, rivestito di un mantello bianco… a questa vista provai una grande pace interiore, e in fondo al mio cuore udii queste parole: «Sei qui per l’ultima volta. A questo punto mi seguirai». Le accolsi nella più grande serenità, e subito il mio cuore rispose: «Così sia, bisogna che sia così»… Un’ora più tardi, dopo cena, in camera mia, mia moglie mi disse: «Oggi, mentre tenevi in mano l’Arca della Toràh, mi sembrava che la bianca figura di Gesù ti imponesse le mani, come se ti benedicesse». Ero stupefatto… In quel momento la nostra figlia minore, Myriam, che si era ritirata in camera sua e non aveva sentito niente, mi chiamò per dirmi: «State parlando di Gesù Cristo. Sai, papà, questa sera ho visto in sogno Gesù, tutto bianco». Ho augurato la buonanotte a entrambe e senza alcun imbarazzo continuai a riflettere sulla straordinaria concordanza degli avvenimenti.

La chiamata di Dio non si rifiuta

Qualche giorno più tardi, il Rabbino capo rinuncia alla sua carica e va a trovare un prete per essere istruito sulle verità della fede. La sua conversione è decisa perché – spiegherà più tardi nelle sue Memorie – quando Dio chiama bisogna rispondere:

Un uomo non sceglie il momento della sua conversione, ma è convertito quando riceve la chiamata di Dio. Allora non resta che una cosa da fare: obbedire. Niente di premeditato, niente di preparato: non c’era che l’Amante, l’Amore, l’Amato. È stato un movimento che veniva dall’Amore, un’esperienza vissuta nella luce che l’Amore temperava; tutto era compiuto nella conoscenza che l’Amore accorda.

Dopo il battesimo, precarietà e calunnie

Il 13 febbraio 1945, mentre i tedeschi sono stati respinti dalla maggior parte del suolo italiano, egli riceve dunque il sacramento del battesimo e sceglie come nome cristiano quello di Eugenio, in segno di gratitudine verso papa Pio XII per la sua decisiva azione in favore dei giudei durante la guerra. Sua moglie, Emma, viene battezzata con lui, e la loro figlia Myriam seguirà i genitori dopo un anno di riflessione personale. Una decisione che non fu senza conseguenze: Eugenio Zolli si ritrova di colpo a vedersela con gravi problemi di sussistenza – una situazione, racconta, che accettò col più grande distacco: «Chiedo l’acqua del battesimo e niente di più. Sono povero e vivrò povero. Ho fiducia nella Provvidenza» – e con una pioggia di calunnie, secondo le quali si sarebbe convertito per interesse. Per interesse? La sua povertà fu la risposta:

Nessun motivo d’interesse mi ha spinto a fare questa cosa; quando mia moglie e io abbracciammo la Chiesa, perdemmo tutto ciò che avevamo al mondo. Ora dobbiamo trovarci un lavoro. Dio ci aiuterà.

Del resto, ricorda nelle sue Memorie,

i giudei che si convertono, oggi come all’epoca di san Paolo, hanno tutto da perdere, per quanto riguarda la vita materiale, e tutto da guadagnare nella vita della grazia.

E quando si domandava a Zolli perché avesse rinunciato alla sinagoga per entrare nella Chiesa egli non esitava un secondo:

Ma io non vi ho rinunciato. Il cristianesimo è la pienezza della sinagoga. Perché la sinagoga era una promessa e il cristianesimo il compimento di questa promessa. La sinagoga indicava il cristianesimo; il cristianesimo presupponeva la sinagoga. Così, vede, l’una non può esistere senza l’altro. Ciò a cui sono stato convertito è il cristianesimo vivente.

«Il convertito come il miracolato…»

Il battesimo è stato in effetti per Eugenio Zolli il punto d’arrivo di una lunga evoluzione spirituale:

Questo avvenimento, nella mia anima, è stato come l’arrivo di un carissimo ospite. Cominciavo soltanto a sentire la voce di Cristo espressa più chiaramente e più fortemente nei Vangeli. Nella mia anima, Dio non si rivelava mediante la tempesta, né mediante il fuoco, ma nel soave mormorio di un vento leggero… Diventavo cosciente di un Dio che amavo, un Dio che vuole che Lo si ami e che ama Egli stesso… Il convertito, come il miracolato, è l’oggetto (colui che riceve), e non il soggetto (l’autore), del prodigio. È falso dire di qualcuno che si è convertito, come se si trattasse di una iniziativa personale. Del miracolato non si dice che si è guarito, ma che è stato guarito. Del convertito bisogna dire altrettanto.

Eugenio Zolli muore il 2 marzo 1956. Per numerosi storici incontestati, la sua testimonianza sull’aiuto, sui benefici e sul sostegno offerti dalla Chiesa alle vittime della shoàh fu determinante per risolvere la controversia sul “silenzio” del Santo Padre di fronte alle atrocità naziste, ma il suo grande messaggio oggi fa appello soprattutto a un «rinforzamento del legame che da sempre unisce spiritualmente i giudei e i cristiani».

Le citazioni di Eugenio Zolli sono estratte da una lettera pubblicata sul sito de l’abbazia Saint-Joseph de Clairval.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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