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Un’atleta che sembra un’asceta

VANESSA FERRARI
AP Photo | Dmitri Lovetsky
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Vanessa Ferrari, il ritratto di una campionessa per talento, passione e capacità di superare le sconfitte

Vanessa Ferrari, nata ad Orzinuovi il 10 novembre del 1990.

Medaglia d’Oro-Campionessa mondiale di ginnastica artistica Aarhus 2006,  Medaglia d’Oro-Coppa del Mondo Parigi 2007, Medaglia d’Oro-Giochi del Mediterraneo Mersin 2013, Medaglia d’Oro-Coppa del Mondo Tokio 2014.

È una giovane donna, ora ha 26 anni. Per la ginnastica artistica è già vecchia. Ha attraversato anni durissimi. La ginnastica artistica è una disciplina aspra. Eppure, incontrata a 7 anni, non l’ha ancora lasciata.

È nata ad Orzinuovi, in provincia di Brescia, il papà bresciano, la mamma di origini bulgare che le trasmette anche la passione per lo sport. Senza forzature. Lo racconta Vanessa. Dopo il primo allenamento nello spogliatoio lascerà andare le lacrime trattenute mentre l’allenatore le tende la schiena sulla trave. La mamma la rassicura «non devi tornare per forza, possiamo smettere anche subito».

«No, voglio continuare».

In questo primo episodio c’è già quasi tutto. La durezza estrema di una disciplina che le sconvolge da subito i ritmi di vita (frequenterà le scuole serali per potersi allenare 4 ore al mattino e 2 al pomeriggio); l’attrazione per la bellezza austera della ginnastica; il desiderio di vincersi e vincere; il rapporto con la mamma e il papà.

Le sei ore di allenamento devono essere aggiunte a quelle di viaggio per raggiungere la palestra, che per i primi tempi è lontana dal luogo di residenza 50 km. È la mamma che fa la spola. Ma anche il papà sarà molto presente nel percorso di Vanessa. Durante le gare, prima di spiccare il primo salto ha bisogno di uno scambio fugace di sguardo con lui. Senza di quello non parte, con quello vola.

Soffrirà moltissimo quando i genitori si separeranno.

Soffrirà anche per infortuni. Avrà bisogno di un intervento chirurgico. Dovrà fermarsi per lunghi periodi.

Appena uscita dall’anestesia, sul letto di ospedale, Vanessa si mette a fare gli addominali.

«Che fai, non puoi» le dice il chirurgo.

«Quando posso tornare in palestra?» Questo le preme.

Colpisce di questa ragazza la durezza, la tenacia e la capacità di soffrire. E la bellezza dei gesti, l’eleganza dei suoi volteggi. I suoi due soprannomi rispecchiano proprio queste due caratteristiche. Cannibale e farfalla.

Nessuna ferocia ma fame di vittoria, di perseguire l’obiettivo massimo con una determinazione intera, di ferro, che “mangia” tutto e tutti. E la stupefacente eleganza e bellezza di salti, volteggi, atterraggi.

Sarà la prima atleta a compiere lo Tsukahara avvitato “Silivas” ovvero un doppio salto indietro raccolto con doppio avvitamento. Si fatica ad immaginarselo, chissà a realizzarlo.

Nel programma della Rai che presenta ritratti di grandi atleti, Nazionali, episodio 11, ripercorre la sua storia con sincerità e una malcelata ritrosia. Era una bambina non facilissima alle relazioni. Un po’ timida, riconosce lei. Racconta di quanto l’abbia stupita e infastidita un fatto, dopo la sua prima esaltante vittoria.

«Prima non mi cercava nessuno, dopo ero assediata dai giornalisti». Non vedeva l’ora che la smettessero.

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