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Perché alla fin fine il cristianesimo esalta tanto la sofferenza?

© Gilles RIGOULET/CIRIC

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 04/08/17

E dopo? Dopo sono come una mappa per chi conosce la strada: utilissime a rinfrescare la memoria e per indicare la via ad altri pellegrini, ma “la stella del mattino” che si leva nei cuori è Gesù stesso (Ap 22, 16), e a quel punto tutta la vita si trasforma in “sacrificio spirituale”.

Quando Gesù, agnello il cui sangue solo rimette i peccati, ri-sorge in un cuore, quella vita viene misticamente unita all’unico sacrificio di Cristo, che riverbera da un lato all’altro della storia – di quella piccola e di quella grande – e porta quel particolare “stile paziente”, di cui dicevo sopra, a sopraffare lo scatenamento del mistero del male. Analogamente a come i fili d’erba la spuntano sull’asfalto bollente che sembra distruggerli tutti. Ci vuole tempo. Un tempo che può sembrare lungo tutta la vita ovvero un’eternità, ma non si tratta che di “tre sole ore” nella Pasqua del Signore.

Così si capisce meglio anche il fiorire di certa aneddotica agiografica, che facilmente pare – a chi manchi di questa grammatica “da iniziati” che ho esposto – un esercizio (più o meno letterario) di masochismo. O meglio, “dolorismo” è la parola moderna coniata per descrivere l’affezione dei cristiani alla sofferenza. Non è certo un’invenzione loro, che πάθος [pàthos] e passio significhino già prima di Cristo “amore” e “dolore”, ma certo l’esperienza mistica di legame con il crocifisso-risorto, che dà la vita per gli amici, la riprende e la dà “smisuratamente” (Gv 3, 34), tocca il sublime del trasformare il fallimento umano in una teofania. Che vuol dire? Dicevo di certa aneddotica agiografica, così attestata da non necessitare più nemmeno uno straccio di fonte per accreditarsi anche in sermoni blasonati: pensiamo al famoso episodio di Teresa d’Avila con Gesù, quando la santa si lamenta di certe ferite ai piedi guadagnate dalle lunghe marce per strada. Alle lamentele della monaca Cristo risponde: «È così che tratto i miei amici». E quella, di rimando: «Ecco perché ne hai così pochi». Detta così, è una nota di colore buona per rendere un minimo di attività cerebrale a un’assemblea domenicale assopita durante un sermone mediocre: non si capisce perché Gesù debba dilettarsi di simili “dispettucci” ai danni di una monaca che percorre la Spagna in lungo e in largo per riformare il Carmelo.

Ma se espandiamo la brachilogica espressione “i miei amici”, leggendovi dentro tutto quello che abbiamo detto or ora, troviamo che davvero non c’è grazia più grande che partecipare all’opera più maestosa del Redentore. E Teresa, con la sua risposta, era ben lungi dal ritenersi “una delle poche sfortunate”. Scriveva infatti:

Dammi delle prove, Signore, dammi delle persecuzioni!

Teresa, Pensieri 7:8

Non era masochista, Teresa, e non lo era la moglie di Enrico che – morente – gli rivelava come fosse “davvero dolce” il peso della Croce: Teresa ha descritto il progresso che si fa nell’esperienza di questo dolore salvifico soprattutto nel Castello interiore, le cui sette stanze individuano altrettanti gradi di purificazione. Scrive per esempio:

Nostro Signore mi disse: «Tu sai il patto che c’è tra me e te. Le cose stanno così: quello che è mio è tuo. Puoi quindi chiedere a mio Padre come chiedendo di cose tue proprie». E io sapevo già che noi partecipiamo alle sofferenze di Nostro Signore, ma lo compresi allora in un modo molto differente: mi sembrava di essere in possesso di un immenso appannaggio. L’amicizia con la quale il divino Maestro mi accordò questo favore fu tale che mi è impossibile esprimerla qui. Ciò che Nostro Signore ha sofferto, lo custodisco come un bene che mi appartiene. È per me un’immensa consolazione.

Teresa, Moradas R 71

Tornano tutte le parole del dialogo in TV tra Enrico e Giovanni. Sarà un caso? O davvero una sola è l’esperienza che innumerevoli cristiani, in tutti i secoli e ad ogni latitudine, fanno?

È davvero una grazia enorme che ci sia stato rivelato il Mistero che avvolge e neutralizza la sofferenza, che redime il peccato e la morte, che rende al mondo e alla vita il loro senso. Anche e soprattutto nell’ora della Croce, che non spetta a noi scegliere o determinare. Mi riecheggiano in cuore queste parole di un altro maestro di vita interiore, il caro Silvano Fausti, di cui ogni giorno mi scopro più debitore:

Allo scopo di illuminare la tua esperienza, chiediti dove portano i sentieri di un tempo, tracciati da quelli che prima di te hanno camminato verso casa.

Se rifiuti il passato, ti privi del presente e del futuro. Se vuoi conoscere senza sperimentare, sei stolto; ma se vuoi sperimentare senza confrontarti con gli altri, sei anche pazzo. Confrontati con questi suggerimenti: ti servirà a far sì che le tue scelte non siano stolte o pazze più del necessario.

Silvano Fausti, Occasione o tentazione

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charlie garddoloreesperienzefedesofferenzatestimonianze di vita e di fede

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