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Perché alla fin fine il cristianesimo esalta tanto la sofferenza?

© Gilles RIGOULET/CIRIC

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 04/08/17

Una domanda grave, che la Bibbia ha il merito di porre con scoperta franchezza. La risposta a questa domanda, nella sua formulazione più cruda e più scarna, me la disse mia nonna paterna quando io ero bambino. Era un verso di una poesia catechistica insegnatale da qualche suora ormai un secolo fa:

Io sono nata per portare la croce.

E mia madre, che la sentiva, diceva: «Oddio, che cosa orribile! Ma si può insegnare così il cristianesimo ai bambini?». Io non lo so, se si possa insegnare così: sta di fatto che di tutta la lunga filastrocca declamatami da mia nonna solo questo verso mi è rimasto per trent’anni attaccato alla memoria. Aveva un che di sapido: nella sua crudezza diceva qualcosa di sostanzioso. Anzi, di sostanziale.

Quando crebbi e guardai i film di Magni mi rimase impressa una frase di analoga durezza, una risposta di “Cornacchia” (alias Pasquino, interpretato da un grande Nino Manfredi), che così rispondeva a Giuditta quando questa gli chiedeva: «E chi glie lo dice a quei due che devono morire?»

Loro ce lo sanno, perché è solo il sangue: solo sul sangue viaggia la barca della rivoluzione.

Che mi è sempre parsa la versione stinta, ma ancora impressionante, della sentenza della Lettera agli Ebrei, che parlava della “rivoluzione di Dio” (© Benedetto XVI):

Per questo neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. […] Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono.

Eb 9, 18.22

Parole ruvide che però non respingono, ma anzi attraggono: proprio come quelle, misteriose, della risposta di Enrico Petrillo a Giovanni Scifoni: «Il dolore purifica le relazioni».

E tutto all’improvviso siamo meno inclini a pensare che nelle Scritture ci vengano veicolate usanze superate di popoli primitivi: probabilmente in quei riti simbolici è presente una carica di verità di cui siamo prepotentemente assetati, che ci piaccia o no.

Allora vediamo se e come quei testi antichi rendono ragione dell’affermazione neotestamentaria sopra riportata. Leggiamo per esempio nel Deuteronomio questa rampogna, dalla dolcezza struggente:

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

Deut 8, 2-5

Parole di un padre vero, che pone un limite salutare alla libido dei figli per orientarla al meglio; che insegna a leggere la storia e a formulare su di essa un giudizio fecondo, che sia fertilizzante per l’avvenire.

Parole di cui tutti abbiamo indicibile nostalgia e che – proprio per averne tanta nostalgia pur recandole scritte nel cuore – ciclicamente scordiamo. Una delle pagine più belle del libro di Giuditta, almeno secondo le parole della Vulgata, riporta questo ammonimento paterno che viene – ah, i paradossi biblici! – per mano di una donna, anzi di una giovane e bella vedova:

Chi siete voi dunque che avete tentato Dio in questo giorno e vi siete posti al di sopra di lui in mezzo ai figli degli uomini? Certo, voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non comprenderete niente, né ora né mai. Se non siete capaci di scrutare il profondo del cuore dell’uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potrete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri e comprendere i suoi disegni?

No, fratelli, non provocate l’ira del Signore, nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere dai nostri nemici. E voi non pretendete di ipotecare i piani del Signore, nostro Dio, perché Dio non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio d’uomo su cui si possano esercitare pressioni. Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà.

[…] Dunque, fratelli, dimostriamo ai nostri fratelli che la loro vita dipende da noi, che le nostre cose sante, il tempio e l’altare, poggiano su di noi. Per tutti questi motivi ringraziamo il Signore, nostro Dio, che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi che i vostri padri furono messi alla prova per vedere se davvero temevano il loro Dio. Ricordate come fu tentato il nostro padre Abramo e come proprio attraverso la prova di molte tribolazioni egli divenne l’amico di Dio. Così pure Isacco, così Giacobbe, così Mosè e tutti quelli che piacquero a Dio furono provati con molte tribolazioni e si mantennero fedeli. Certo, come ha passato al crogiuolo costoro con il solo scopo di saggiare il loro cuore, così ora non vuol fare vendetta di noi, ma è a scopo di correzione che il Signore castiga quelli che gli stanno vicino».

Gdt 8, 12-17.24-27 Volg. 21b-23

Parole belle e alte, certo, ma che ci sembrerebbero parto di un’abile penna dedita alla teodicea, e poco di più… se non venissero confermate dalle voci delle “pietre vive” di cui parla proprio l’autore della Prima lettera di Pietro, che leggevamo sopra:

Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.

1Pt 2, 4-5

Ecco di cosa parla Enrico Petrillo quando dice “consolazione”:

Non so come funzioni ma so che c’è, io la vivo.

Le parole dei sapienti, e perfino quelle della Scrittura, sono per noi qualcosa cui facciamo bene

a volgere l’attenzione, come a una lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori.

2Pt 1, 19

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charlie garddoloreesperienzefedesofferenzatestimonianze di vita e di fede

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