Aleteia

Perché alla fin fine il cristianesimo esalta tanto la sofferenza?

© Gilles RIGOULET/CIRIC
Condividi
Commenta

Si ha un bel dire che la fede è gioia, è festa, è serenità… i veri testimoni ci parlano sempre del dolore. Anche in TV, recentemente, uno dei più noti testimoni dei nostri giorni ricordava: «Il dolore purifica le relazioni». Cosa vuol dire?

«Il dolore purifica le relazioni», ha detto Enrico Petrillo ospite a Beati voi rispondendo alle domande di Giovanni Scifoni. E uno resta due volte sbalordito: intanto perché una frase del genere la dice uno che sicuramente sa che cosa sia il dolore; e poi perché non sta parlando – pare che ci sia stata quasi una studiata attenzione nel non pronunciarne mai il nome – di sua moglie, quella di cui tutti lo abbiamo sentito più volte dare testimonianza. La puntata è su Padre Pio, e Scifoni sta indugiando sulle stimmate: fenomeno mistico, marchio soprannaturale, segno di contraddizione… sicuramente causa di acuto e continuato dolore fisico (il conduttore ricorda che Padre Pio, burbero e guitto per chi lo incontrava, conservò quelle piaghe strazianti per tutta la vita).

La veste in cui Enrico Petrillo è stato intervistato è peraltro intelligentemente inedita: Enrico lavora in un Hospice (fondazione “Roma Hospice”), ovvero “alle porte del paradiso” – come disse quel frate seguendo il quale l’infermiere Petrillo divenne a sua volta un accompagnatore di malati terminali. L’effetto era d’impatto sicuro: si chiamava un noto testimone del dolore, ma stavolta a parlare “da professionista” e non (se non per un rapido accenno) del suo proprio vissuto personale e famigliare. Così l’aspetto personale animava le parole e quello professionale conferiva alla testimonianza del singolo un’aura di particolare oggettività.

Mi ha colpito, tra molte altre cose, il contrasto fra le stigmate vitalizie di Padre Pio e l’opportuna citazione di don Tonino Bello, ricordata a braccio da Enrico:

La croce è “collocazione provvisoria”, e dura da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Per tutte le altre ore ci sono luce e gioia.

Dunque “tre ore” durano tutta la vita? Certo, non sarà un caso che nella seconda Lettera di Pietro si riecheggia il Salmo 83 ricordando che

davanti al Signore un giorno è come mille anni
e mille anni come un giorno solo.

2Pt 3, 8b

Del resto, se la seconda delle lettere del Pescatore si dedica in più passi a rinsaldare la speranza nella giustizia ventura di Dio, la prima era diffusamente dedicata a educare i cristiani alla “pazienza”, cioè a uno stile tutto loro nel soffrire, nel sopportare, nel sostenere:

È meglio infatti, se così Dio vuole, soffrire operando il bene che facendo il male.

1Pt 3, 17

Va bene, ma perché Dio vuole così? Torno a chiedermelo alla sera di questo giorno, in cui mia figlia compie i mesi e in cui Charlie Gard avrebbe dovuto (e potuto) compiere il suo primo anno di vita: perché il nostro Dio di amore può volere che soffriamo? Non parlo del dolore innocente, sia chiaro: per quel tema mi si aggrotta la fronte a ogni starnuto della mia frugoletta, e potremmo passare stagioni ad arrovellarci sulla patologia genetica che ha funestato la giovane vita di Charlie; ma parlo del dolore colpevole, di quello che gli uomini si infliggono quasi come una cieca necessità pur essendo è pienamente nelle loro mani. Charlie non è morto ucciso da una malattia, checché se ne dica, ma per l’esecuzione di una sentenza della High Court britannica. Rifletto e mi dico che se Dio può permettere che nella sua creazione le spore di disordine sparigliate dal peccato originale possano compromettere la sopravvivenza della meno colpevole di tutte le sue creature, a maggior ragione Gli toccherà “rassegnarSi” alla volontà depravata di un ben determinato giudice, che si macchia di una colpa attuale e che di quella specifica colpa inietta il veleno nel mondo. Mi viene il sospetto che dietro questa seconda specifica colpa covi un rancore antico – più antico del cuore degli uomini… – un rancore spirituale che ritenga di avere ancora un conto in sospeso per la faccenda del giardino e dell’albero. Ma siffatte elucubrazioni, me ne rendo conto, possono riuscire noiose, ovvero incomprensibili, a taluni.

Così Charlie può morire per una malattia, così anzi egli deve morire per ordine di un mortale arrogante. Ma se torno ad abbracciare tutta la storia, o almeno quella segnata dal cristianesimo – diciamo correndo a ritroso dal non-compleanno di Charlie fino alla dettatura delle lettere di Pietro – vedo che questa storia del dolore ha sempre presentato il paradosso di cui sopra: da una parte si attesta che esso sia tutt’altro che l’essenza del cristianesimo; dall’altra pare che quasi ogni vita di santo sia stata segnata, per tutta la sua durata, da quelle “tre ore” di cui parlava don Tonino Bello.

San Paolo spiegava infatti ai Galati che

il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.

Gal 5, 22

Mentre Giobbe, che pure era “il più grande tra tutti i figli d’oriente” (Gb 1, 3), si chiedeva dolente:

Perché dare la luce a un infelice
e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore?

Gb 3, 20

Pagine: 1 2 3

Condividi
Commenta
Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni