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Perché l’Islam non può essere la “vera religione”

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Spieghiamo perché non si può che rigettare fermamente la pretesa della religione di Maometto di completare il Cristianesimo

Abbiamo ricevuto in redazione una lettera molto intima e toccante di un affezionato lettore, che dice di seguirci con interesse nei nostri percorsi di scoperta e approfondimento della fede cristiana nel mondo.

Il lettore ci confida, inoltre, che talvolta viene morso da forti dubbi sugli articoli della fede, e che in questo periodo in particolare si trova attanagliato dal dubbio “e se fosse l’Islam la vera religione?”: la vivida nota di umanità che emerge dal suo dirsi “molto sofferente” a causa di questi dubbi non può che conquistare tutta la nostra simpatia. E personalmente mi ha ricordato una storia che voglio raccontare.

Ormai più di dieci anni fa vivevo a Milano, studiavo in Cattolica e abitavo in un collegio universitario con un centinaio di altri ragazzi da ogni parte d’Italia, distribuiti più o meno su tutte le facoltà di tutti gli atenei meneghini.

Uno di questi ragazzi, un mio amico, manifestava a quel tempo una singolare inquietudine spirituale: aveva preso a porsi molte domande e, per darvi delle risposte, a leggere molti libri; andavamo a messa insieme e ricordo che per qualche mese il mio amico si confessò quasi tutti i giorni. Erano segni evidenti di una “patologia spirituale” detta “scrupolo” – l’avrei imparato anche io negli anni – ma all’epoca mi sembrava soltanto un ragazzo molto devoto e pio. Tant’è che l’anno dopo decise di entrare in seminario: lasciò gli studi di giurisprudenza e si trasferì a Venegono. Qualche anno dopo ancora sarebbe diventato un bravo sacerdote – ciò che appunto, con qualche capello bianco in più, tuttora è.

Si fa presto però, a dire “gli anni”: come nelle scalate in montagna, a guardarsi indietro dalla vetta è tutto un colpo d’occhio; nell’ascensione, invece, ogni passo è una goccia di sudore.

Ricordo bene il pomeriggio in cui ricevetti una sua chiamata – era già studente di teologia –: mi chiedeva se potessi rassicurarlo sulla verità della rivelazione cristiana. «In che senso?», chiesi io: «Su quale aspetto?». «No, non su qualcosa in particolare: come si fa ad essere sicuri che Dio ci abbia parlato? E come si fa ad essere sicuri che abbia parlato proprio a noi? Perché non potrebbe essere vero l’islamismo, allora? In fondo pretende di concludere e perfezionare il cristianesimo come il cristianesimo afferma di concludere e compiere il giudaismo. E in fondo sarebbe lo stesso Dio».

Al mio amico, allora, che si vergognava di pormi queste domande da studente di teologia, risposi che naturalmente la pretesa dell’Islam di porsi come il compimento del cristianesimo è insostenibile perché totalmente unilaterale, a differenza di quanto avviene tra giudaismo e cristianesimo. E non perché il giudaismo accolga la pretesa cristiana – se così fosse i giudei non starebbero più aspettando alcun messia – ma perché il sistema dottrinario giudaico, a differenza di quello cristiano, è strutturalmente aperto. Ora questo va forse spiegato meglio: quando dico “sistema aperto”, lo intendo sul piano storico-salvifico (i teologi direbbero “economico”), non su quello disciplinare-dottrinale (economico pure esso, direbbero gli stessi di cui sopra, ma un tantino più proteso all’“immanenza”). Su quest’ultimo piano tutte e le tre le religioni abramitiche si ritengono germinalmente compiute: vale a dire che tutte e tre possono concepire relative evoluzioni del dogma, a patto che però restino comprensibili in un orizzonte di inalterata identità del deposito. Nel V secolo Vincenzo di Lérins lo spiegava con queste celebri parole:

Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.

Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico.

[…] Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.

Commonitorium I, 23

Ecco perché potranno mutare le relazioni tra i membri e potranno incontrarsi i credenti, ma mai le religioni in senso stretto: mai i cristiani rinunceranno alla loro pretesa che Gesù sia il cardine di tutta la storia, l’incarnazione del creatore e l’unica e universale via per la salvezza; mai i musulmani ammetteranno che Mohammed non abbia i numeri per competere con la smisurata pretesa di Cristo. Il giudaismo, invece, non si concepisce compiuto perché perlomeno dal post-esilio ha sviluppato un’attesa messianica che lo tiene sempre socchiuso a un nuovo e decisivo evento salvifico. Quell’evento che venti secoli fa alcuni giudei riconobbero in Gesù.

Diciamo che il giudaismo è una specie di pullman al completo in attesa del conducente: dal punto di vista logico è perfettamente coerente rigettare Cristo – poiché lo si ritiene un “conducente abusivo” – e continuare a restare seduti in attesa del conducente. Islamismo e cristianesimo, invece, restando nella metafora, condividono il fatto di essere entrambi “pullman provvisti di conducente” ma, sebbene promettano a parole di portare i viaggiatori alla medesima meta, le vie indicate e le tappe del viaggio sono così diverse da lasciar perplesso il viaggiatore che si pone il problema di quale mezzo usare.

Lasciamo da parte la metafora che, come tutte le analogie, aiuta fino a un certo punto e poi risulta d’intralcio. La concorrenza teologica tra cristianesimo e islam, che nel Basso Medioevo portò alla fioritura di importanti generi letterari (tipo il Dialogo di Abelardo, che si proponeva come erede di quello di Minucio Felice e di altri), si produceva sì in appassionanti analisi delle differenze, ma doveva poi arrestarsi a registrare l’irriducibilità delle stesse le une alle altre. Ecco perché, nonostante la relativa distensione culturale esibita in Europa, Tommaso d’Aquino concludeva semplicemente che il giudaismo è incompleto e l’islamismo è falso.

Una tale secca diversificazione si spiega per noi moderni con altri ordini di considerazione: per esempio, il giudaismo e il cristianesimo hanno entrambi in comune il propagarsi a mezzo di una tradizione protratta nel tempo e caratterizzata dalla pazienza – e l’istinto soprannaturale della fede ci porta a riconoscere in questa mirabile concordia i segni dell’ispirazione divina; l’evento fondante dell’Islam, invece, si snoda nell’arco di una sola generazione ed è caratterizzato da una poderosa espansione militare (dunque “violenza” in luogo di “pazienza”) – ed è questa stessa folgorante ascensione che vale storicamente per l’Islam da prova teologica della propria verità. Questo fa sì che mentre si può sensatamente raggruppare l’islamismo con il giudaismo e col cristianesimo nell’insieme delle “religioni abramitiche” (ed è questa una connotazione storico-culturale), nessuno riconosce sensata sul livello teologico l’espressione “rivelazione giudeo-cristiano-islamica” – giacché quella islamica non può essere definita “rivelazione” se non in senso analogico (e molto debole!), da giudei e cristiani – e a nessun titolo può assimilarsi all’unica rivelazione giudaico-cristiana.

Ecco perché – un dettaglio che troppi strilloni del dialogo con l’Islam non ricordano – lo stesso Concilio Vaticano II afferma che i musulmani, «professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico misericordioso» (LG 16). Non il medesimo Dio.

Certamente Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, e nessuno dubita che – come dice appunto il Vaticano II – «il disegno della salvezza abbracci anche loro» (ibid.). Sì, ma come? I Padri conciliari si preoccuparono di accennare anche questo: «Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo sono ordinati in vari modi al popolo di Dio» (ibid.). Che cosa significa? Che “popolo di Dio”, come “famiglia di Dio” e come tutte le altre espressioni analogiche con cui si esprime “il Regno”, si dice in senso proprio e stretto o in senso lato e allargato, e secondo varie intensità.

Chiesero tempo fa a padre Paolo Dall’Oglio – il gesuita italiano che secondo alcuni sarebbe tuttora sequestrato dall’Isis (mentre secondo altri sarebbe stato ucciso) – quali fossero, secondo lui, il senso e il ruolo dell’Islam nella storia. L’autore di Innamorato dell’Islam, credente in Cristo avrebbe risposto che l’Islam ha nella storia “un compito carismatico”, ossia quello di provocare la fede cristiana a raffinarsi e purificarsi.

Un’affermazione misteriosa, per me che (sulla scorta di Ratzinger e di altri) nutro l’impressione che dal punto di vista della produzione civile e culturale l’Islam abbia raggiunto il suo apice poco dopo la fotografia tramandatacene da Abelardo nel XII secolo, e che su quelle massime si sia attestato. Difatti Tommaso, un secolo dopo, affrontava un Islam capace di costruire vere civiltà, competitive sul piano della “città dell’uomo”: era l’età d’oro dell’islamismo, eppure tanto più nettamente gli balzavano all’occhio le insufficienze di una religione tanto monolitica nel testo sacro quanto grossolana nella proposta teologica. Guardo però con simpatia e speranza ad alcune iniziative dell’islam sunnita, come ad esempio il rilancio dell’università al-Azhar del Cairo, che dopo secoli di decadenza proprio in questi anni Ahmad al-Tayyb sembra voler guidare: all’Islam farà molto bene attraversare una fase critica della propria autocomprensione, magari partendo dalla problematizzazione storica e filologica del Corano.

Nei terribili momenti in cui invece di studiare mi metto a divagare, e a pensare a quanto sarebbero belli il mondo e la storia se il lavoro di Dio lo facessi io, mi dico: ecco, Maometto era uno che doveva incontrare un bravo vescovo, uno che gli spiegasse per bene le cose, gli lavasse dalla testa quella risciacquatura di arianesimo che passa nell’Islam come “monoteismo” e lo ordinasse prete. Viceversa, la storia avrebbe avuto un volto migliore se Lutero non si fosse fatto monaco e prete.

Ora, evidentemente nella mia iperbole è già presente in filigrana l’autocritica: certo che il mondo non sarebbe affatto migliore, se fossi io a disporne le regole, eppure certi eventi storici sono alla base di così numerosi conflitti – e come le Crociate, l’Inquisizione e l’Indice, erano tutti animati dalle più pie intenzioni – che permangono misteriosi ed enigmatici nel trovarsi anch’essi disposti dalla Provvidenza in un disegno di cui vediamo ancora sempre e solo il rovescio.

Non ricordo se a quel mio amico, anni fa, dissi tutte o sole queste cose: probabilmente gli dissi pure che nessuno può competere con Cristo perché Gesù ci rende sue membra mistiche ed entra in una relazione vitale, vivificante e quotidiana con noi; e Gesù è un personaggio storico percepito e narrato da Svetonio, Plinio il Giovane, Giuseppe Flavio e altri storici non cristiani… mentre che Gabriele abbia consegnato il Corano a Maometto lo dice solo Maometto; e che Maometto sia il Profeta di Allah, di nuovo, lo dice solo Maometto (e quelli che al suo seguito invasero il mondo dall’Arabia a Poitiers).

Magari dovrei chiamare quel bravo prete per chiedergli se si ricorda di quelle chiacchierate inquiete, ma ciò che di certo oggi posso dire – a beneficio del nostro lettore e di tutti noi – è anzitutto che le inquietudini nella storia tornano sempre a vantaggio di chi con cuore umile e sincero cerca il volto di Dio. Come dice Paolo:

Tutto concorre al bene per quelli che amano Dio.

Rom 8, 28

E in quel “tutto” di cui parla l’apostolo rientrano sia le inquietudini di Maometto, di Lutero e degli altri che volenti o nolenti hanno sdrucito la tunica di Cristo, sia quelle di chi su quelle si interroga e si arrovella.

Ci conferma, invece, ma senza toglierci la santa inquietudine della fede, la voce apocalittica del Salvatore, che secondo il racconto di Matteo principiò i suoi ultimi discorsi prima della Passione così:

Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.

Mt 24, 4-14

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