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La Via Crucis per Charlie Gard: come da cristiani possiamo accompagnarlo in Cielo

Public Domain
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Il dolore innocente e la sua potenza inerme

Settima stazione
Gesù cade per la seconda volta

CHARLIE GARD
Instagram/Charlie's fight

Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.

1, Pt, 2,21b-24

Sono i nostri peccati, le nostre colpe, le nostre miserie e le nostre debolezze ad appesantire quella croce. Ogni volta che disdegniamo una vita perché fragile, malata, sofferente, quando ci mettiamo a cavillare di “qualità” di questa vita, quando arriviamo a teorizzare e poi anche stabilire che sia la morte la soluzione del dolore, la croce di Gesù si fa più pesante. Quando non prendiamo posizione, quando rinunciamo a dare ragione della nostra fede, quando non sappiamo difendere uno dei nostri figli più piccoli e fragili, quando lasciamo che tutti i Charlie del mondo morire da soli, la croce si fa più pesante. E Gesù si accascia, cade pur di non lasciare quella croce perché sa che quando il peso si fa così gravoso a cadere nella polvere sanguinanti, lacerati e miseri,  siamo noi.

Cade per poterci rialzare, per poterci salvare.  Anche Charlie, tenacemente aggrappato alla sua croce, immobile in un letto con una sentenza di morte che pende sul suo capo, ci ha salvato. Ha sollevato il nostro viso dalla polvere delle nostre giornate frenetiche e ci ha fatto volgere lo sguardo in alto, supplicando Dio di ascoltare il nostro grido. Gesù che cade senza lasciare quella croce,  è la certezza che la nostra preghiera non rimane inascoltata, la conferma che per sangue versato siamo stati salvati, la prova provata che Charlie vive glorioso nell’Eternità.

(Raffaella Frullone, giornalista)

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