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La Via Crucis per Charlie Gard: come da cristiani possiamo accompagnarlo in Cielo

Public Domain
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Il dolore innocente e la sua potenza inerme

Undicesima stazione
Gesù viene inchiodato alla croce

CHARLIE GARD
Instagram/Charlie's fight

Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua». Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!». Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli». Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

Mt 27, 15-26

È come essere crocifissa. È come avere tre chiodi infissi nella carne.

Il primo insopportabile dolore: la diagnosi. No, non è vero: quello è stata il secondo.

I primi segni non sono stati meno terribili, quando si infrange quello che è il normale sogno di ogni normale vita: un bimbo sano. Un bimbo sano che cresce sano, che gattonerà, camminerà, dirà mamma, nuoterà nell’oceano e nell’acqua di una più modesta piscina, imparerà a scriverà, salterà i compiti per leggere fumetti. Questa normalità è durata otto settimane. Un bimbo molto bello, lo so lo dice ogni madre ed è giusto così, con uno sguardo profondo, già in un bimbo così piccolo. Poi i primi segni, le visite dal medico, le prime corse in ospedale. I suoi muscoli cedevano. La deglutizione è diventata troppo faticosa, un rischio anche perché non sarebbe riuscito a tossire. Guardavo il mio bimbo e il terrore si disegnava nella mia mente: un bambino per sempre malato, la vita su una sedia a rotelle.

Il secondo chiodo inflitto nelle mie carni è stata la diagnosi. Deplezione del DNA mitocondriale. Un ammasso di sillabe, il cuore in gola. La diagnosi confermata, le notti passate su internet a cercare un significato di quelle sillabe maledette. Volevano dire molto peggio di un bambino per sempre malato, la vita su una sedia a rotelle. Ora quello scenario, un bambino sempre malato su una sedia a rotelle, diventava il mio sogno: un bimbo vivo che vive una sua vita più piccola e diversa. I sogni si rimpiccioliscono, ma non per questo sono meno preziosi. Anzi più si rimpiccioliscono, più diventano preziosi. Il mio bambino mi guardava, seguiva la mia voce con gli occhi. Io sentivo la sua contentezza quando gli parlavo. Il mio cuore si riempiva di gioia.

Poi i suoi occhi si sono chiusi. Le palpebre si sono abbassate. È tornato cieco come è stato nel mio ventre.

Un altro pezzo si è aggiunto alla diagnosi. Solo 16 casi, ma lui è il più grave. La sua vita è solo dolore. Non ha senso accanirsi a prolungarla. Il suo faccino angelico non vi inganni. Non ha i muscoli sufficienti per mostrare il dolore, il dolore dei decubiti dei sondini, delle inevitabili infiammazioni. Una vita che nessuno vorrebbe vivere. Nessuna speranza. I tentativi di cura sono per altri, altri sottotipi di malattia. Per lui non c’è nulla, salvo una vita che è già tortura.

“Dovete lascialo andare”, ci dicono. “E se non potete , noi lo lasceremo andare per voi, incapaci di farlo.”

Il terzo chiodo: l’unico bene di tuo figlio è la morte.

Altri hanno deciso per nostro figlio. altri decideranno per i figli di altri. Il mio corpo ha portato Charlie per nove mesi, lo ha nutrito e protetto. Io so. Io sento che la sua vita non è dolore, è gioia, per la nostra vicinanza, per la nostra voce, quella calma e bassa di suo padre, la mia, che più spesso trema per il pianto. Questo è stato il terzo chiodo nella mia carne, la carne che lo ha portato. Altri sanno più di me cosa è bene per lui, altri sanno che per lui l’unico bene è la morte. Io l’ho portato cieco e felice per nove mesi, con vicino a me suo padre, l’uomo che lo generato nel mio ventre. Vogliamo che Charlie viva fino a quando il suo cuoricino non si ferma. Vogliamo che possa ancora ascoltare le nostre voci. Vogliamo poter guardare ancora il suo faccino, troppo angelico perché la sua vita sia solo dolore. Vogliamo fare l’ultimo inutile tentativo, ma lui non può morire prima che abbiamo tentato ogni strada. Lui non può morire “prima”.

Io l’ho portato nella mia canne, quella carne dove ora sono conficcati tre chiodi.

Suo padre lo generato nella mia carne con la sua, quella carne dove ora sono conficcati tre chiodi.

Chiediamo che Charlie possa avere l’ultima possibilità di una speranza folle e se questa fallisce che possa morire a casa.

Il sogno è ancora più piccolo e più dolente. Quindi ancora più prezioso e sacro. Dove c’è dolore il terreno è sacro, e diventa il luogo dove l’uomo incontra Dio.

(Silvana De Mari, medico, psicoterapeuta, scrittrice, blogger, Silvana de Mari Community)

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