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Salire la Scala di Giacobbe con i gradini verticali di una cella di prigione

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Un carcerato offre lezioni su come vivere seguendo la Regola di San Benedetto

L’“Opzione Benedetto” è stata discussa parecchio di recente, ma non è stata riservata molta attenzione a un suo aspetto fondamentale, la Regola di San Benedetto. La Regola, stabilita da San Benedetto nel VI secolo come base della vita monastica, dev’essere imparata e seguita dai monaci e dalle monache benedettini, nonché dagli oblati benedettini (benedettini laici), ed è una guida quotidiana per la vita.

Sono un oblato benedettino, e in quanto tale sono stato mentore dei novizi che vogliono diventare oblati, incluse due persone rinchiuse in prigione. Ho spesso scambi epistolari con i reclusi, rispondendo alle loro domande e ponendone a mia volta. Uno di questi carcerati ha invertito i ruoli, diventando per me un esempio di come si dovrebbe vivere in base alla Regola, qualunque siano le circostanze.

L’umiltà è la virtù essenziale per seguire la Regola, una virtù che dà la forza di salire gradino dopo gradino sulla Scala di Giacobbe. E allora come fa il mio mentore – chiamiamolo John – a praticare questa virtù, e com’è incarnata nella Regola di San Benedetto? Risponderò prima alla seconda domanda.

Prima, però, serve un chiarimento. Ci sono molte discussioni su umiltà e Regola, nei libri e su Internet. Non cercherò di riassumerle, ma di dare la mia interpretazione. Non elencherò i 12 gradi di umiltà che usava San Benedetto per i gradini della sua scala, concentrandomi su quelli messi in pratica da John e che sto cercando di inserire nella mia vita quotidiana.

Alla base di tutto c’è l’ingiunzione di Gesù “Chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato” (Matteo 23, 12).

È il riconoscimento del fatto che siamo creature di Dio, e che come Adamo siamo fatti per la terra. Qualsiasi talento e dono abbiamo viene quindi da Dio, non da noi. Riconoscere questo è il “timore del Signore” che rappresenta il primo gradino – non avere paura di Lui, ma provare reverenza per il Suo potere creatore.

Perché sia così dobbiamo compiere varie cose:
Praticare la sottomissione all’autorità
Essere pazienti nelle situazioni difficili
Fare un elenco dei propri vizi e delle proprie virtù
Essere felici di ciò che si ha, anche se non è quello che si desidererebbe.

In altre parole, dobbiamo abbandonare la nostra volontà e la nostra gratificazione – una sfida che dura una vita.

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