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La vera storia della “foto coi buddisti” di padre Sosa, tra focolarini e riti cinesi

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Il generale dei gesuiti seduto tra un'ottantina di bonzi con le mani giunte e lo sguardo raccolto: è la dissoluzione della Compagnia o precisamente il carisma ignaziano di «cercare e trovare Dio in tutte le cose»? Ne parliamo con padre Cinto Busquet

…E dunque la dinamica non le ricorda quella dei “riti cinesi”?

Sì, certo, è così: lì come qui si evidenzia l’incapacità di mettersi al posto dell’altro, nonché la facilità di giudicare secondo i propri schemi da lontano, secondo una mentalità latina o addirittura italiana… oggi come allora alcuni si considerano custodi e dispensatori della verità, e quindi colpiscono coi loro anatemi a destra e a manca. Insomma, avremmo dovuto superare quell’epoca…

Voi focolarini vi sentite additati allo stesso modo? Come reagite? Ci sono eccessi (che magari “tra di voi” riconoscete e accusate)?

Penso che cerchiamo di aprire nuovi fronti secondo le indicazioni della Chiesa, e non sempre veniamo capiti in ciò che facciamo. In tal senso la Compagnia di Gesù è paradigmatica: un grande carisma, persone capacissime e libere – perché lo Spirito rende liberi – e non si può dubitare della loro fedeltà alla Chiesa. Penso che tutti dovremmo puntare a essere più “larghi” e liberi da certa miopia spirituale e intellettuale.

Quanto a noi, alle volte riceviamo critiche che ci tacciano di buonismo – tipo “all you need is love” – e ci accusano di non tenere presenti la sana e retta dottrina. Io penso che effettivamente il cristianesimo si incentri tutto sull’amore, ed è lì che la Chiesa manifesta il suo volto vero. Sono critiche che il più delle volte vengono da persone ecclesialmente un po’ deboli, nella Chiesa di oggi, che è quella del Concilio e quella di Francesco, e in definitiva quella di Gesù.

Per ciò che riguarda gli “eccessi” direi questo, ovvero ciò che vedo dal di dentro: non sempre c’è una formazione adeguata o sufficiente. Può capitare – ed è capitato – che alcune persone affrontino certe sfide un po’ alla leggera, alla “tutto va bene”, ma questo non accade nel movimento in quanto tale, nei suoi dirigenti e nelle sue direttive, dove mi pare che ci sia la preparazione sufficiente per tenere insieme dialogo e annuncio in modo che si completino e che siano due espressioni dell’evangelizzazione che non entrano in contraddizione. Anzi.

Quali sono le prospettive di dialogo pratico tra cristiani e buddisti, nell’Estremo oriente? E ci sono anche frontiere “teoretiche”?

Dal punto di vista pratico direi che centrale nel buddismo è il concetto di compassione: il punto centrale dal punto di vista dell’etica cristiana è la carità, l’agape. Da questo punto di vista ci incontriamo, nell’amore concreto, vissuto; nel servizio ai più bisognosi, nella collaborazione a nuove vie di rinnovamento della società. Da questo punto di vista ci sono diverse iniziative buone, in diversi Paesi.

Dal punto di vista teoretico, invece, ci troviamo di fronte a una religione – il buddismo – in cui non si parla neanche di Dio, ma che si volge a dare risposta ai problemi immediati, esistenziali della persona umana. Penso che ci possiamo trovare anche lì, ma riconoscendo una diversità di vedute. Dal punto di vista cristiano c’è un di più: c’è l’annuncio “Dio ti ama”, “Dio esiste”, “Dio è amore”, “Dio si è reso vicino in modo pieno nella persona di Gesù morto e risorto, e puoi incontrarlo nella sua Chiesa”. Questo in un buddismo fedele all’esperienza fondante del Buddha penso che non entri in contraddizione. Mi spiego: penso che ci possa essere un’inculturazione buddista del cristianesimo, o – detto altrimenti – penso che possano esistere buddisti che a un certo momento diventino cristiani senza rinnegare tutta la loro tradizione.

Dice insomma che il buddismo è un sistema aperto…

Sì… di per sé sì, anche se ci sono vari buddismi: c’è il buddismo Mahayana, più evoluto, in cui il Buddha viene praticamente divinizzato – in quelle scuole la cosa si complica un po’. Ma nell’esperienza originaria, ossia quella di sanare l’uomo nella sua insofferenza radicale, penso che ciò che fa il buddismo sia perfettamente accettabile dal cristianesimo. Viceversa, da parte loro c’è un’interpretazione di Cristo come un bodhisattva, un illuminato, una persona che esprime parole di rara saggezza, per cui anche renderci conto che ogni tradizione ha gli elementi per interpretare l’altra dal proprio punto di vista. E qui entriamo già sul piano della fede, sul piano personale, in cui uno accetta la veduta cristiana oppure la veduta di fondo buddista.

Ma il punto centrale – penso – è che il soprannaturale, il sacro, per il cristiano ha un volto, quello di Gesù, che ci riporta a questo volto infinito di amore che è il Padre. Significa che Dio è personale in sé: il cristianesimo offre un’esperienza della divinità che è in sé personale, la quale produce un’esperienza comunitaria, dialogica, il primo passo della quale è essere costituiti come persone. Per cui siamo chiamati a creare relazioni con il prossimo. Dal buddismo invece abbiamo questa indefinitezza – c’è questo karma, c’è questa legge universale, il Dharma –: tutto viene analizzato dal punto di vista solo fenomenologico, e l’io si diffonde. E lì c’è la scelta di ognuno di dire “no, credo nel Dio che mi rende persona e quindi è persona in sé stesso, anzi è tripersonale”; oppure “no, noi in sé non siamo nessuno – sono gli altri che ci fanno esistere”. Sono prospettive non totalmente inconciliabili: anche la nostra trinitaria ci dice che non possiamo esistere fuori da un rapporto. Per questo il cristiano può rispondere: è vero che non siamo senza relazione, ma in una relazione particolare – quella col Figlio e in Lui – anche noi possiamo essere figli, altro che “non siamo nulla” – possiamo entrare nell’essenza profonda di Dio!

Sosa parla di ricerca comune della pace e difatti, come accennavamo prima, l’immagine che abbiamo del buddismo è generalmente molto pacifica: qualche dato di cronaca (storiche proteste dei monaci che si danno fuoco in Tibet, persecuzioni attive nello Sri Lanka…) ci offre spaccati un po’ diversi. Come si spiega?

La natura umana è quella dappertutto, indipendentemente dall’impalcatura dottrinale che questa o quella cultura ci mette. C’è nell’uomo la possibilità di vivere in donazione piena e amorevole o di tirare fuori tutta quella violenza che ha contro l’altro. È un’affermazione malata di sé stessi. La natura umana conserva sempre almeno virtualmente la declinazione del cainismo, l’andare contro il proprio fratello.

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