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Il "paradosso del Crocifisso" di Chesterton? Se lo meditassimo sempre, vivremmo diversamente

© Gualtiero Boffi / Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 26/07/17

In quale modo Gesù è diventato il Salvatore per noi? In quale modo concretamente ci ha salvati?

Attraverso la realizzazione e il passaggio da un paradosso all’altro, quando cioè Cristo passa dal paradosso del «momento in cui l’Assoluto ha retto l’universo da una stalla per animali», al nuovo paradosso del momento in cui, sulla croce, viene rivelato al mondo che «il corpo di un servo morto sulla forca e il Padre dei cieli sono la stessa cosa».

Il “paradosso del crocifisso” di Gilbert Keith Chesterton è spiegato da Paolo Gulisano e Daniele De Rosa in Chesterton. La sostanza della Fede” (edizioni Ares).

LA SALVEZZA IN CRISTO

Nel racconto «L’uomo con due barbe», contenuto nella raccolta “Il segreto di padre Brown“, Chesterton mostra che cos’è la salvezza in Cristo: è il Cristo che scende nella miseria umana per portare anche lì la luce dell’amore di Dio, ma è anche l’uomo che, raggiunto nella sua miseria e nel suo peccato, non resta chiuso in sé stesso, ma si apre all’amore di Dio offerto in Cristo.

IL CAMMINO ITINERANTE

Una delle note dominanti della cristologia chestertoniana è il cammino. La vita di Gesù è un peregrinare continuo: «Spesso sentiamo parlare di Gesù di Nazareth come di un maestro girovago; e c’è una verità vitale in questa opinione, se essa vuole mettere in luce un certo atteggiamento contro il lusso e contro le convenzioni, che il ceto dei benpensanti considera precisamente come quello di un vagabondo».

IL SECONDO ADAMO

Gesù è l’Uomo Nuovo, il Secondo Adamo, e benché venendo temporalmente dopo il Primo Adamo, Gesù è l’uomo «che venne primo nella storia originale», è l’Adamo così come Dio lo aveva pensato nella Creazione. Con il suo continuo peregrinare per le strade di Galilea, Gesù, il Secondo Adamo, rivela che l’uomo è, nel profondo di sé e dal punto di vista di Dio, «uno straniero sopra la terra»: ogni uomo sulla terra è creato per Dio e ha come meta Dio stesso.




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PEREGRINARE MAI A VUOTO

Il cammino di Gesù non è un pellegrinare senza meta. Chesterton confronta la vita itinerante di Gesù con lo stile peregrino di altri grandi maestri di sapienza: «In linea di fatto, moltissimi saggi pagani e non pochi sofisti pagani possono dirsi maestri randagi. Gesù è il Salvatore, ma lo diviene nel portare a compimento la missione che gli viene affidata dal Padre: redimere l’uomo rivelando la verità dell’amore di Dio. Gesù doveva vivere obbedendo a questo compito. Ma questo compito non è un pellegrinare a vuoto, ha una meta: la morte».

Gesù Cristo ha il compito di salvare l’uomo facendo esperienza di tutta la vita dell’uomo, anche della sua morte dolorosa lontana da Dio.

UNA CRISI NON CASUALE

Questo camminare di Gesù verso la morte ha una meta geografica molto concreta: Gerusalemme. Chesterton descrive dettagliatamente il viaggio di Cristo verso la Città Santa.

Tutti gli avvenimenti che avvengono in questo viaggio non sono casuali: sono l’accrescersi di uno scontro che sta giungendo a maturazione.




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Questi episodi non sono incidentali, «hanno il carattere di una crisi che matura»: sono l’accrescersi di uno scontro che è ormai giunto a maturazione, lo scontro tra l’amore di Dio che, nella sua libertà vuole salvare l’uomo, e l’uomo che, nella sua altrettanto libertà, rifiuta di accogliere questo amore.

LA PASSIONE SECONDO CHESTERTON

In Chesterton ha un posto particolare la preghiera del Getsemani, su cui si sofferma soprattutto nella sua opera Ortodossia, quando Gesù inizia a fare esperienza degli effetti del male e del peccato umani e compie l’atto centrale della nostra salvezza, di cui il resto della Passione non è altro che una esplicitazione.




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LA CROCE E’ L’APICE

Il centro della rivelazione di Dio agli uomini è Cristo; il centro della rivelazione di Dio in Cristo è la Croce. Tutta la vita di Gesù corre verso questo apice, verso l’«ora». Il punto finale di questo suo peregrinare “mai a vuoto”.

Chesterton sia in Ortodossia sia ne L’uomo eterno sottolinea profondamente il grido di abbandono di Gesù sulla croce. «E se c’è un suono che possa produrre un silenzio, ci vorrebbe quello per rappresentarci il silenzio della fine e dei momenti estremi: quando un grido ruppe la tenebra in parole paurosamente distinte e paurosamente inintelligibili, che l’uomo non capirà mai in tutta l’eternità che esse hanno conquistato per lui; e per un istante di annichilimento un abisso impensabile si era aperto anche nell’unità dell’assoluto; e Dio era stato abbandonato da Dio».




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IL GRIDO

Aver assunto la natura umana per salvarla, ha dilacerato addirittura l’unità di Dio stesso. «Il mondo ha sussultato e il sole si è oscurato nel cielo non al momento della crocifissione, ma nell’istante in cui il grido si è alzato sulla croce: il grido che ha confessato che Dio ha abbandonato Dio».

Sulla Croce il Padre fa sperimentare al Figlio che cos’è l’uomo abbandonato da Dio, che cosa diviene un uomo, creato per l’amore, che si trasforma in un omicida, impenetrabile alla luce dell’amore divino. Gesù sperimenta la disperazione della loro opposizione contro Dio: «Che gli stessi atei si scelgano un dio. Non trovano che un’unica divinità che ha manifestato il loro isolamen- to, un’unica religione in cui Dio per un istante è stato un ateo».

MEDIATORE E REDENTORE

Sulla Croce Gesù si realizza pienamente come Mediatore e Redentore, perché in essa unisce la terra al cielo, nel senso che riporta a casa nell’amore del Padre anche l’ultimo degli uomini, il più distante, il più abbandonato.

Attraverso la sua morte per amore sulla croce, Gesù risorge nella vita dell’amore di Dio.




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