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La Chiesa fabbrica pedofili nei seminari? Rispondiamo al Fatto Quotidiano con don di Noto

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 25/07/17


Io ricordo che qualche anno fa si poté appunto rilevare, tra questi dati, come tra 3000 casi vagliati negli ultimi dieci anni dalla CDF sì e no un 30% riguardava sacerdoti che avevano abusato di minori prepuberi (la pedofilia, in senso stretto esige appunto questo): si tratta di un aspetto importante, perché il pedofilo si nutre di bambini al di sotto dei 12 anni, visto che la pedofilia in senso proprio si esprime anche con un’attività di dominio e di predominio psicologici (e ciò vale per il pedofilo tout court, non solo per il prete omosessuale).

Nell’ambito ecclesiale, invece, risulta che per un 70% di quei 3000 suddetti casi, i preti erano efebofili, che hanno avuto rapporti (omo- ed eterosessuali) – certamente anche con violenza – con adolescenti e giovani al di sotto dei 18 anni. Sono entrambi fatti gravissimi, ma va segnalata una differenza importante: si aprono scenari impressionanti, perché è vero che ci sono eterosessuali e omosessuali che vanno con minori (anche al di sopra dei 14 anni: e ciò richiede una lettura diversa del problema), ma il problema è che nessuno ha il coraggio di incrociare questi dati e accostare la pedofilia nel clero all’omosessualità nel clero.

Certamente non tutti gli omosessuali sono pedofili, ma i numeri dicono che quasi tutti i preti pedofili (specie se “pedofili” in senso lato, cioè anche efebofili) sono omosessuali.

Volendo quindi schematizzare, possiamo dire che il pedofilo – e la pedofilia non è una malattia, ma è un altro disturbo della sfera sessuale – sfocia nella perversione e desidera, sceglie, vuole, bambini prepuberi. Questo è scientificamente scontato, non lo sto dicendo io. Il DSM 5 [Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, N.d.R.] stabilisce questa tassonomia. Per quanto riguarda il clero, le statistiche mostrano che in una larghissima percentuale interna dei casi si tratta di omosessuali efebofili pederasti con grandi disturbi nella sfera sessuale: si procurano relazioni (con tutte le dinamiche sfociano nell’abuso e nella violenza, nel maltrattamento, nel dominio) con minori maschi sopra i 14 anni. In quasi l’80% dei casi, per quanto riguarda le vittime del clero pedofilo, si tratta di maschietti. Le restanti sono femminucce, di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Sto approssimando numeri e percentuali, ma non sono cifre buttate lì così, anzi: sono ben documentabili, e pongono di per sé un’ulteriore riflessione: la Chiesa lo dice, nei suoi documenti sui “Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali”. O meglio, la Chiesa lo scrive ma per la gravissima dittatura del politically correct tutti temiamo anche solo di parlarne. Anche la nuova Ratio fundamentalis per i Seminari dice cose importanti sulla formazione e sulla prevenzione degli abusi. Non è che ce l’abbiamo con gli omosessuali: stiamo analizzando un fenomeno.

Appunto per analizzare a 360 gradi sulla base di quei dati che riportava: nella sua esperienza sul campo, le risultano uguali proporzioni fuori dal clero?

Don Fortunato Di Noto: Ecco, ringrazio molto per la domanda, che è veramente fine e opportuna: di fatto nel mondo della pedofilia di per sé valgono le tendenze inverse, con numeri praticamente ribaltati. Cioè a dire: noi abbiamo almeno il 75% (per non dire l’80%) di abusi su femminucce e la restante percentuale si distribuisce sui maschietti. La cosa ancora più drammatica – e non temo smentite in merito – è che in questo versante si attesta anche l’impennata dei fenomeni di infantofilia, cioè degli abusi su neonati. Io lo dico perché il fenomeno dell’abuso è un fenomeno complesso, drammatico e criminale. Però quell’inversione di proporzioni torna a interpellarci: il fenomeno, dicevo, ha diverse facce, e quindi deve essere affrontato con diversi approcci.

Si dice che i pedofili siano stati a loro volta vittime di pedofilia: le risulta? In ogni caso, pensa che ci siano (altri) fattori scatenanti?

Don Fortunato Di Noto: Il tema della pedofilia, dicevamo, va affrontato con giusta multidisciplinarietà e da molte prospettive. Ora rispondo con una domanda, perché è una domanda – cui anche molti accademici non sanno rispondere – quella che va posta: «La pedofilia è un crimine contro l’umanità?». È una domanda che io pongo da anni, e anche da tavoli accademici internazionali non ho avuto risposte univoche. Per l’esattezza, se ne davano due:

  • sì, per il sentire sociale è una cosa abominevole;
  • dal punto di vista scientifico dobbiamo avere un altro approccio.

Resta da capire che cosa significa “un altro approccio”, perché ci sono tendenze – anche di accademici, di psicologi, di psichiatri, ma pure di altre lobbies… – a sostegno di cosiddetti “pedofili virtuosi”. In quei circoli si dicono e si sentono dire cose come: «Ma noi mica facciamo del male ai bambini? Siamo così e dovete accettarci. Magari ci aiutate a contenere le nostre pulsioni verso i bambini; ci aiutate a evitare, per quanto è possibile, contatti sessuali diretti, ma per il resto dovete accettarci».

Vede qual è il problema: questi soggetti sono stati denunciati? Se è vero che per poco meno dell’80% le vittime sono di sesso femminile, stando l’ipotesi esposta nella domanda noi dovremmo avere in circolazione più donne pedofile. Il che non sembra affatto: abbiamo sempre uomini, maschi, pedofili e abusatori (anche se c’è una non trascurabile frangia, purtroppo in aumento, di donne pedofile). Chiaramente tutte le statistiche su quest’argomento sono viziate dall’incognita del sommerso, che però un analista serio non può in alcun modo calcolare. Ciò che noi possiamo – io come don Fortunato e come associazione Meter, con annesso Osservatorio Mondiale – è denunciare: noi denunciamo migliaia e migliaia di video e di foto, oltre a dialoghi e situazioni.

Non si tratta di un’azione solo repressiva, e vorrei che passasse questo concetto, perché vedo che anche nell’ambito ecclesiale c’è qualcuno che dice che «la Chiesa non deve denunciare» [i casi di pedofilia “esterni” alle proprie strutture, N.d.R.]. Dicono che la Chiesa non è chiamata a fare azioni che aiutino la repressione. Secondo me chi dice questo si sbaglia di grosso: la denuncia, se accompagnata profeticamente all’aiuto per uscire fuori dal male, deve essere fatta.

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