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Speechless. Una serie americana che ha davvero qualcosa da dire

SPEECHLESS

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Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 24/07/17

Il primogenito, J.J. ha un grave handicap. È affetto da paralisi cerebrale e non può appunto parlare, né camminare, né svolgere molte altre normali attività che chi è normodotato può compiere in autonomia. Si sposta su una carrozzina elettrica e usa un puntatore ottico per selezionare le sillabe e comporre le parole per comunicare con gli altri. Cognitivamente è tutt’altro che in difficoltà. È anche il più belloccio dei tre. Da quando si è trasferito in un nuovo quartiere col resto della famiglia ha al suo fianco un tutor, un assistente, Kennet.  Un uomo di colore, robusto, dalla voce suadente che sarà un personaggio importante anche suo malgrado nella crescita di J.J e delle relazioni familiari arrivando a turbare equilibri prima che si solidifichino in corazze.

Gli altri due fratelli sono una ragazzina con la passione per l’atletica, Dylan, e Ray, un ragazzino smilzo, studioso e intelligente. Sì, anche un filino nerd-nel suo significato originario.

Ciò che colpisce innanzitutto è quello che manca: pietismo, enfasi stucchevole sulla “diversabilità” del ragazzo colpito da paralisi, colate sciroppose di siamo tutti uguali, semplificazione del quadro familiare nella posa fissa dell’aiuto compassionevole.

Il tentativo di “disabilizzare” la normalità o di normalizzare la disabilità è una fuga dalla realtà operata da chi ne è troppo colpito, almeno all’inizio. O da chi vuole solo sfiorare il tema e fuggire via. J.J. non potrebbe ad esempio portare anche il peso di sentirsi uguale, per condizione, ai suoi fratelli o amici. È diverso, punto. Certo è così se restiamo sul piano delle abilità ed espressività umane. Cose del tutto secondarie rispetto al nucleo centrale della persona.

Occorre invece riconoscere la realtà dando i nomi corretti alle cose. E questo è quello che viene fatto, direi dai tre episodi che mi sono potuta godere, anche nella nuova serie in questione.

C’è in modo abbastanza verosimile tutto quello che si può incontrare in famiglie che hanno qualcuno dei propri membri più fragile e menomato – e ce ne sono a frotte.

Ovvero vita, relazioni, desideri, gioia, pianto, scoraggiamento. Emozioni forti o lievi. E, certo, una fatica moltiplicata per un coefficiente altissimo.

Essendo una sit-com si trovano tanti motivi per ridere o solo sorridere. Ma sono certa che gli sceneggiatori non abbiano dovuto calcare troppo la mano. Vi ho trovato la giusta dose di ironia. Tenacia. Un piglio particolare nell’affrontare le giornate.

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famigliahandicapserie tv
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