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Speechless. Una serie americana che ha davvero qualcosa da dire

SPEECHLESS

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Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 24/07/17

Speechless:  una serie prodotta negli Stati Uniti per ABC nel 2016. In Italia è apparsa sul canale Fox da maggio 2017. È tuttora in onda la prima stagione, con 23 episodi. I titoli sono scritti nel modo in cui J.J. li sillaberebbe con il suo puntatore ottico. S-U-R Surprise! Ad esempio, l’episodio 17.

Marito, moglie, tre figli, un trasloco, 20 minuti circa per ogni episodio. Un classico.

Il regista è quello di Friends, una delle sitcom tra le più amate secondo miglioriserie.tv

Che dire. È un bel prodotto, infatti in America ha registrato indici di gradimento elevati, a ottobre scorso era decima nella top ten delle più viste. Personalmente tra le serie proposte dai vari canali della TV satellitare o digitale terrestre che sia, quelle che hanno come protagonista una famiglia e le sue piccole simpatiche follie, i suoi quotidiani drammi, burrasche e schiarite, sono sempre tra le mie preferite e vedo che è così anche per i figli e il marito.

Quella che vi segnaliamo oggi ha diversi pregi. Mette in scena per l’appunto le vicende quotidiane di una famiglia della middle class americana, composta da 5 persone.

La moglie, Maya, determinata, presente con i figli e il marito, guida la propria famiglia con un piglio audace e deciso, a tratti spericolato, esattamente come fa con il monovolume che tira al massimo anche in curva; il marito, Jimmy, di cui si intuisce il fascino un poco impolverato dalla fatica, un uomo troppo dimesso in attesa di incoraggiamento – che arriva di frequente ed inatteso dalle più disparate situazioni; i tre figli.

Il primogenito, J.J. ha un grave handicap. È affetto da paralisi cerebrale e non può appunto parlare, né camminare, né svolgere molte altre normali attività che chi è normodotato può compiere in autonomia. Si sposta su una carrozzina elettrica e usa un puntatore ottico per selezionare le sillabe e comporre le parole per comunicare con gli altri. Cognitivamente è tutt’altro che in difficoltà. È anche il più belloccio dei tre. Da quando si è trasferito in un nuovo quartiere col resto della famiglia ha al suo fianco un tutor, un assistente, Kennet.  Un uomo di colore, robusto, dalla voce suadente che sarà un personaggio importante anche suo malgrado nella crescita di J.J e delle relazioni familiari arrivando a turbare equilibri prima che si solidifichino in corazze.

Gli altri due fratelli sono una ragazzina con la passione per l’atletica, Dylan, e Ray, un ragazzino smilzo, studioso e intelligente. Sì, anche un filino nerd-nel suo significato originario.

Ciò che colpisce innanzitutto è quello che manca: pietismo, enfasi stucchevole sulla “diversabilità” del ragazzo colpito da paralisi, colate sciroppose di siamo tutti uguali, semplificazione del quadro familiare nella posa fissa dell’aiuto compassionevole.

Il tentativo di “disabilizzare” la normalità o di normalizzare la disabilità è una fuga dalla realtà operata da chi ne è troppo colpito, almeno all’inizio. O da chi vuole solo sfiorare il tema e fuggire via. J.J. non potrebbe ad esempio portare anche il peso di sentirsi uguale, per condizione, ai suoi fratelli o amici. È diverso, punto. Certo è così se restiamo sul piano delle abilità ed espressività umane. Cose del tutto secondarie rispetto al nucleo centrale della persona.

Occorre invece riconoscere la realtà dando i nomi corretti alle cose. E questo è quello che viene fatto, direi dai tre episodi che mi sono potuta godere, anche nella nuova serie in questione.

C’è in modo abbastanza verosimile tutto quello che si può incontrare in famiglie che hanno qualcuno dei propri membri più fragile e menomato – e ce ne sono a frotte.

Ovvero vita, relazioni, desideri, gioia, pianto, scoraggiamento. Emozioni forti o lievi. E, certo, una fatica moltiplicata per un coefficiente altissimo.

Essendo una sit-com si trovano tanti motivi per ridere o solo sorridere. Ma sono certa che gli sceneggiatori non abbiano dovuto calcare troppo la mano. Vi ho trovato la giusta dose di ironia. Tenacia. Un piglio particolare nell’affrontare le giornate.

I fratelli sono affiatati senza smancerie, piuttosto litigiosi e competitivi. J.J è affettuoso con loro particolarmente dopo l’anestesia – quindi raramente! (è un ragazzo che deve affrontare spesso interventi. È così quando c’è una malattia cerebrale o altre patologie sindromiche. E lui le affronta. Si abbatte, si riprende. Anche il personale medico è rappresentato in modo mirabile. Caloroso, presente, competente).

La relazione tra i genitori, tra marito e moglie, è rappresentata in modo ricco e significativo: sono innamorati, spesso stanchi morti. Fingono che non interessi più loro l’aspetto passionale fatto di gelosia e attrazione irresistibile, parlano di maturità, di piccole gioie, di intesa profonda, ma non appena si presenta l’occasione Jim assesta un notevole gancio ad un malinteso rivale. Sono dediti ai figli ma senza esagerare. Deludono aspettative, mancano appuntamenti, vivono l’affanno di una famiglia della classe media americana che deve lottare di più delle altre.

La televisione può fare molto rispetto al costume. Lo vediamo nelle cose negative, certo. Ma lo può anche nel positivo costruendo, proponendo storie belle. No, non vincenti. Non di successo. Buone, normali, che ci rappresentano e insieme propongano modelli.

Perché lungi dall’essere agiografica, questa rappresentazione, mostra persone colpite dalla malattia di uno di loro che lottano, si battono, promuovono in tutti i modi loro possibili il benessere e la crescita armoniosa di tutti i loro figli. Quindi sì. Sono parecchio bravi. Fanno venir voglia di imitarli. Fanno pensare che è bello affrontare anche il dolore e la malattia scoprendosi dei piccoli giganti. Degli eroi laici del quotidiano.  Senza darlo tanto a vedere.

Il tabù dell’handicap, per come viene raccontato qui, pare essere stato solo un eccesso di prudenza di censori troppo rigidi. Chi ha paura della disabilità? Nessuno. Cioè tutti. Ma è difficile che poi, nella realtà, la famiglia che vinca questa o altre simili prove non trovi l’assetto giusto per viverle e affrontare la propria storia con una certa particolare, nuova libertà. (Per noi è così)




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