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Il male che c’è in te ha una parte buona

Soo Hee Kim / Shutterstock

padre Carlos Padilla - pubblicato il 24/07/17

E mi dice qualcosa di sorprendente. La zizzania non contamina il grano. È una cosa curiosa. Non lo affoga, non lo uccide. Il grano può crescere accanto alla zizzania senza trasformarsi in essa, senza perdere la sua essenza. Questo mi dà tanta pace. Il mio grano continua ad essere grano. Non smetto di essere buono anche se nel mio cuore ci sono sentimenti negativi.

Possono annidarsi in me e non per questo smetto di essere buono. Possono esserci menzogne nel mio cuore, ma non per questo divento un bugiardo. Può esserci ira, ma non per questo smetto di essere pacifico. C’è della zizzania, lo riconosco. La mano del maligno dentro di me.

A volte non mi conosco. Scoppio per l’ira. O mi mostro sproporzionato nelle mie reazioni e nei miei giudizi. La zizzania sta vincendo. Ma il grano continua a crescere. Non voglio eliminare la zizzania, ma non voglio nemmeno che cresca più del mio grano. Sono molto più della mia zizzania. Sono migliore del mio peccato, anche se a volte credo che non sarò capace di lasciarmi indietro le mie debolezze.

Non sarò mai capace di vivere senza debolezze. La mia zizzania, il mio peccato, mi ricorda a chi appartengo. Sono di Dio, e solo Lui può salvarmi e tirarmi fuori dal mio abisso. Solo Dio può sollevarmi quando cado. Ma ho bisogno di vedermi debole e bisognoso per supplicare la sua salvezza. Devo guardarlo dalla mia debolezza perché Egli venga a me. La mia miseria è la mia zizzania.

Diceva padre Josef Kentenich: “Dobbiamo solo rispettare una condizione: riconoscerlo davanti a Dio. Riconoscere cosa? Non ho fatto la tua volontà, per questo non sono degno della tua compiacenza, del tuo amore. E allora questo atto di autoconoscenza, di autoaccusa, unito alla mia debolezza e alla mia miseria diventa il grande titolo che attira in forma speciale la compiacenza di Dio nei miei confronti. Per questo posso sempre nuotare nella corrente della vita e dell’amore di Dio. Due elementi, quindi: da un lato la misericordia di Dio, dall’altro la mia miseria personale. L’accettazione della propria debolezza davanti al Padre. Cosa significa? L’amore misericordioso risvegliato dal riconoscere con gioia le mie debolezze. Mi glorio della mia debolezza, della mancanza di certi talenti. Mi glorio delle imperfezioni, dei peccati gravi e gravissimi. Dietro di questi c’è in genere una debolezza speciale”.

La mia miseria, la mia fragilità, la mia zizzania. Proprio quello che mi fa soffrire, che mi porta a credere di essere una persona peggiore di quello che sono, è la porta d’ingresso al cuore di Dio. La porta aperta per la sua misericordia. Che come un fiume fluisce nella mia anima.

Quando sono debole sono forte. Perché arriva a me la forza di Dio per rendere più forte la radice del mio grano. Non elimino la zizzania, perché se la elimino corro il rischio di cadere nella vanità, nell’orgoglio, nel credermi migliore degli altri. La mia zizzania fa sì che il mio grano non sembri tanto pulito. E così posso essere sempre in cammino. Posso crescere sempre. Posso essere sempre bisognoso.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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bisognodiopeccato
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