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Sono costretta in una situazione di peccato mortale, il prete può assolvermi ugualmente?

DONNA VIOLENZA SESSO
Shutterstock/Doidam 10
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Il caso limite della donna con figli costretta dal proprio compagno a rapporti sessuali. Vi spieghiamo perché

La vera contrizione «comporta sempre, come elemento intrinseco, l’intenzione di non peccare più. Ossia, si vuole non ricadere, anche se, forse per esperienze precedenti, non esiste la convinzione assoluta di che non si ricadrà (come l’alcolico). Ciò è diverso del caso ipotetico di chi non ha l’intenzione di abbandonare il peccato, ma desidera tornare per un breve periodo allo stato di grazia, forse per poter accostarsi pubblicamente alla comunione in qualche evento pubblico. In realtà, non si desidera lo stato di grazia, ma una semplice ipocrisia, un apparire esterno. Ma questo non è il senso del sacramento», ammonisce l’ecclesiologo. Insomma, chi non vuole evitare il peccato grave, non è contrito, e quindi non può essere assolto».

LA DONNA SUCCUBE DEL PROPRIO UOMO

Torniamo al caso pratico della donna non sposata, ma che convive con un uomo da cui ha avuto dei figli. Una donna che dipende psicologicamente ed economicamente da un uomo che non ama più, per cui non prova più nulla. Eppure quando lui pretende il sesso, lei non riesce a negarsi a causa di questa “doppia dipendenza”. Vive una condizioni di peccato “giustificabile”?

«Premetto che, per essere io stesso coerente – replica Goyret – dovrei colloquiare di persona con questa donna, perché pur con tutte le sfumature della domanda, la realtà è sempre più articolata, rendendo molto difficile la formulazione di una risposta univoca».

LA CARITA’

Un approccio genuinamente pastorale, prosegue, «mette al primo posto la carità, e perciò non bisogna ridurre tutto a se posso o non posso assolvere. La donna deve amare i suoi figli, seguirli, formarli, ecc. Deve anche tentare di avvicinare a Dio figli e compagno: se non lo può fare con la parola, li deve trascinare con il suo esempio di vita cristiana. Questo ci porta anche ad accorgerci che non ricevere l’assoluzione e restare escluso dalla comunione eucaristica non vuol dire essere scomunicato o comunque escluso dalla comunità ecclesiale. Oso anche dire che non chiude le porte alla salvezza».

«La persona in una situazione “irregolare” (termine in realtà ingiusto) si colloca in una situazione soggettiva diversa del “binario comune” delle situazioni oggettivamente regolari, e perciò non dovrebbe esigere, o chiedere, i mezzi propri del binario comune».

LA SOLUZIONE “PASTORALE”

Tuttavia – e entriamo adesso più profondamente nella vita di questa buona signora – può succedere, di fatto succede molto spesso, che «il bene dei figli, del convivente, e di lei stessa escludano la separazione».

«Se questo è un bene – osserva il docente della Pusc e sacerdote – non dovrebbe essere formalmente peccato. In quella situazione il buon pastore dovrebbe generare un processo nel quale la donna punti verso una situazione futura in cui la legge di Dio sul rapporto uomo-donna possa essere soggettivamente ed oggettivamente realizzata nel suo caso specifico. Ciò non è teorico: la vita è molto ricca ed è strapiena di sorprese».

«Rimandiamo dunque l’assoluzione sacramentale – conclude Goyret – e dedichiamoci invece a ciò che adesso si può fare, che è molto: amare i figli, amare l’uomo con cui convive, pregare, partecipare alla vita della Chiesa, vivere la carità… Dio paga con buoni interessi a chi è fedele alla sua legge».

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