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Isabelle d’Ornano: La fede è il mio tesoro

© Janis Ratnieks

Marzena Wilkanowicz-Devoud - Aleteia Polonia - pubblicato il 20/07/17

La fede

Che cosa apporta la fede nella sua vita?

Tutto! Sono cresciuta nella Spagna del dopoguerra, una Spagna molto protettiva per i giovani, molto cattolica. Si respirava cattolicesimo, ma quello che mi è stato trasmesso dai miei genitori era aperto. Che cosa si farebbe senza la fede? È un gran supporto, e poi vivere la propria fede è così appassionante! Tutta la mia vita mi ci sono dedicata, muovendomi in un ambiente che decisamente non era per la quale. Poi, piano piano, ho iniziato ad approfondirla, mi sono interessata sempre più alle radici cristiane dell’Europa. In questo cammino, ho avuto la grazia di incontrare delle persone eccezionali, soprattutto dei grandi pensatori cristiani.

È difficile parlare di fede in Francia?

Sì, con la laïcité – anche se c’è bisogno di una certa laicità positiva… – è un argomento difficile, che viene relegata all’àmbito privato. Ciononostante, quando si comincia a parlarne, ci si rende conto che ci sono più credenti di quanti non si pensi. La fede dà un senso alla vita. Jean Guitton ha detto, sul letto di morte, che «se mi si provasse, come due più due fa quattro, che Dio non esiste, preferirei comunque aver creduto. La vita è molto più appassionante, con Lui».

Il matrimonio

Lei è stata sposata per 52 anni. Ha un segreto per la longevità della vita di coppia?

Bisogna annaffiare parecchio la pianta! [ride N.d.R.] È difficile… A parte l’amore, è necessario ingranare una marcia intellettuale e dirsi “sì, io voglio che questa cosa riesca!».

Parlando coi miei nipoti, confido loro questo criterio: «È questa la persona per la quale voglio fare questo sforzo?» – è una domanda che bisogna porsi prima del matrimonio.

I miei genitori erano molto uniti, eppure mia madre non mi incoraggiava al matrimonio. Trovava che richiedesse uno sforzo troppo grande.

Io amo quella lettera di Tolkien a suo figlio in cui gli spiega che bisogna ingranare quella marcia intellettuale (e vale soprattutto per l’uomo) e decidere che è per questa persona e per questa soltanto che si è pronti a compiere codesto immenso sforzo.

E questa marcia lei l’ha ingranata…

Sono incappata in un uomo eccezionale, di una grande lealtà. Ho avuto molta fortuna. Amavo e ammiravo mio marito. Certo, non era facile ma aveva delle qualità rare. Hubert era molto originale, differente dagli altri – come una bestia nella giungla, un solitario che segue il proprio cammino senza guardare né troppo a destra né troppo a sinistra. Al contempo, mio marito era un uomo giusto e umano. È sempre stato vicino ai suoi collaboratori. La porta del suo ufficio era sempre aperta. È stato lui a insegnarmi questa prossimità.

George Pompidou, quando era presidente della Repubblica, l’ha incoraggiato a buttarsi in politica. Ma Hubert gli ha risposto che non avrebbe mai potuto andare a mendicare dei voti. Per lui, la cosa più importante è sempre stata non dipendere dagli altri.

La felicità

Per lei che cosa significa una vita riuscita?

Luci e ombre, ma sempre amore. Nella vita ci sono alti e bassi. In ogni caso io ho provato ad aiutare mio marito. Una vita riuscita sta già nell’assicurare l’avvenire dei propri figli. Una cosa che ci è stata possibile, con una bella impresa e i suoi cinquemila collaboratori, che di solito sono felici di lavorarvi. Significa pure partecipare alla vita economica del proprio Paese, sostenere dei progetti sociali come facciamo anche noi con la nostra fondazione.

Per lei la generosità è importante?

È un grande privilegio, quello di poter aiutare. Dà più gioia e soddisfazione di tutto ciò che si può comprare.

La felicità, secondo lei…?

Sono le relazioni con gli altri. Le relazioni nel matrimonio, in famiglia, con gli amici. Vedere i figli e i nipoti crescere. I piccoli piaceri della vita… E, lo devo confessare, anche il successo. È gradevole e dà valorizzazione.

Nella vita c’è un tempo per tutto. Con l’età si sente una certa urgenza, si vuole cercare di trasformare qualcosa. Trasmettere alle persone più prossime la nostra fede in Dio, nella persona umana. Dare un interesse comune a tutti i nostri figli. Vederli felici e raccoglierli attorno ai progetti della nostra fondazione, per esempio… affidare loro la nostra società…

Jean d’Ormesson ha scritto, nel suo libro Un jour je m’en irai, un meraviglioso passaggio sulla differenza tra la felicità, con la visione borghese dell’ordine stabilito, e la gioia come stato dello spirito.

La felicità è calma, dura tanto quanto è possibile, è piuttosto nemica del tempo che passa, alle volte malinconica. C’è qualcosa di borghese, di sedentario, di pantofolaio e di bovino. Non l’ho disprezzata. La gioia è un’altra cosa. Lungi dallo spingerci a inoltrarci nel mondo a colpi di piacere di felicità, essa piuttosto ce ne distacca. Essa è religiosa e ribelle. Essa è metafisica. Essa scoppia come un tuono. […] C’è qualcosa, nella gioia, che assomiglia all’adorazione. Essa ci eleva al di sopra di noi. Ci trasporta altrove. Ci apre le porte di un universo sconosciuto e più bello del nostro. Essa sgorga dal nostro mondo e ce ne mostra un altro, dove regna la bontà.

Tutti cerchiamo questa gioia, no?

© Oleg Covian

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