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Perché Gesù usa parabole e non parla più chiaramente?

Midiman / Flickr / CC
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Ci sono cose che non si leggono nei libri, ma solo nella vita

Gesù mi parla in parabole, come faceva con gli uomini con i quali condivideva il cammino. Parla con il cuore. Vuole placare la loro sete, le loro angosce, le loro paure. Soffre per loro, con loro. Parla loro con voce forte e sicura. Le sue parole hanno la vita eterna. Tutti vogliono ascoltarlo.

Gesù parla in parabole. Usa dei racconti per spiegare la vita. Fa esempi concreti, tratti dalla vita quotidiana. Osserva gli uomini nel loro lavoro. Parla dei campi. Dei semi. Del grano che cresce in silenzio. Parla loro della vita stessa per spiegare ciò che è importante.

È un osservatore. Non vive in una nuvola, ma sulla terra. E soffre per i problemi degli uomini. Parla con esempi concreti per chi capisce che Dio agisce nella natura del mondo. Non prescinde dalle cose umne. Anzi. Ha bisogno del quotidiano per rendersi presente.

Leggevo su Gesù: “Le sue parabole non hanno una finalità propriamente didattica. Quello che Gesù cerca non è trasmettere nuove idee, ma mettere le persone in sintonia con esperienze che quei contadini o quei pescatori conoscevano nella loro vita e potevano aiutarli ad aprirsi al Regno di Dio”.

Con esempi quotidiani, Dio si rendeva presente nella loro vita. Ed era più facile capire l’incomprensibile. Si può cogliere qualcosa di quello che ci sembra inarrivabile.

Ho bisogno di esempi nella mia vita per veder agire Dio. Nella mia vita concreta, limitata e fragile è nascosta la sua saggezza divina e inaccessibile. Questo mi commuove sempre.

Diceva padre Josef Kentenich: “Non si tratta di dedicare più tempo alla preghiera e trascurare il lavoro con il pretesto di questo bisogno di tempo. No. In realtà possiamo coltivare lo spirito di preghiera in ogni momento, anche in quelli più difficili. Possiamo lavorare nell’apparente superficialità della vita quotidiana ma essere interiormente nel profondo”.

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gesù
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