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Sagheeta Bonaiti: ora so di chi sono

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La sua storia di adozione vibra di un dolore che fa da controcanto alla gioia di sentirsi amata. Da sempre

Mio papà non si apre moltissimo. Quando però mi capita di sentire i racconti della loro storia così particolare, anche la loro personale, mi rendo conto ancora di più di come il buon Dio ha preparato una strada e ha creato un percorso e li ha guidati, fino a me, fino ad oggi. Se uno guarda la propria vita in questo modo allora tutto acquisti significato e senso. È un passo dopo l’altro, col passato, che abbraccia il presente e anche il futuro fa meno paura. Quando mi capita di sentire raccontare la nostra storia è proprio come fare quel famoso passo indietro e vedere il disegno. Come diceva di fare don Giussani per capire un quadro e così la propria vita. E questo dà pace. Siamo in buone mani niente viene buttato, neanche il dolore. Sono arrivati a me e non ad altri…

E dopo di me, anche grazie a me, è fiorita altra vita. I miei hanno fatto tanti accertamenti quando hanno constatato che i figli non arrivavano, che non riuscivano a concepirne. Sono risultati sterili, impossibilitati ad avere figli naturali.

Nel Febbraio del 1986 sono arrivata io. Ad agosto sono andati a ringraziare la Madonna di Medjugorie e quel giorno era la data, si dice, del compleanno della Madonna: hanno ringraziato della maternità e paternità per avere accolto me  e hanno anche chiesto la grazia di una maternità naturale. E proprio quella sera hanno concepito mia sorella. “I medici mi avevano detto persino di abortire”, racconta mia mamma “non pensavano che potessi andare avanti con una gravidanza”. Invece mia sorella è nata sanissima ad aprile del 87; poi è arrivato mio fratello nell’89 e il terzo nel ‘91. Si narra che, in seguito a questa abbondanza di grazia, mio padre sia tornato a spegnere tutte le candele accese! Ma loro non si sono mai fermati nell’accoglienza. Hanno accolto una bimba nigeriana in affido durante la settimana che ora ha scritto a mia mamma: si è sposata, vive a Londra, sta bene e li ringrazia. Poi quando io mi sono sposata hanno accolto una ragazza con problemi familiari che studiava pianoforte; e dopo invece un ragazzo di 15 anni che veniva da Brugherio con altre problematiche ed è stato tre anni da noi. Li ha fatti disperare: scappava da scuola però è rimasto e si è sentito volto bene. Ancora oggi si è sentito voluto bene. Hanno accolto lui e la sua famiglia che li ringrazia ancora.

Perché ti racconti? 

Mi racconto sostanzialmente perché ho scoperto che nel raccontarmi scopro cose nuove di me.Come quando ho scritto quell’articolo nel quale racconto la mia nascita e rifletto sull’utero in affitto;  inizio a scrivere di getto poi mi rileggo e mi commuovo. Ecco, vedi che cos’era? Mi dico. Quello cui non riuscivo a dare forma! Ecco di cosa facevo esperienza!

Scrivendolo e rileggendolo è come se lo riacquistassi. Quando lo scrivo, ne faccio ancora più esperienza, più tesoro, diventa ancora più mia, la mia vita. Quindi scrivo per me, soprattutto.

E ho visto che faceva bene anche agli altri parlare di esperienze dolorose, ma positive. Allora mi sono detta: sì, posso rendermi disponibile a questa cosa. Ricevo tanto, sempre e cerco di dare il mio contributo. La questione adozione non mi interessa come cosa legale, non principalmente, ma come storia, come esperienza. Non ho interesse a dire “fate come faccio io”; voglio solo dire quello che ho scoperto e offrirlo. Magari succede anche a voi, magari vi apre delle domande. Lo faccio per questo e per testimoniare il bene che ricevo.

A chi ti rivolgi?

Se tu ti avvicini ad una storia così, come la mia,  in fondo in fondo puoi renderti conto che succede a tutti lo stesso, per altre vie, seguendo altre circostanze, ma a tutti è offerta la via per scoprirsi amati e non solo dai propri genitori. Amati dall’origine.

Per questo quando mi dicono che sono speciale, che sono brava provo un sincero disagio. Rendermi eroica o troppo banale dipende dal fatto che chi è raggiunto dalla mia storia non accetta il cambiamento che chiede alla sua vita. Io credo che possiamo incontrare davvero l’altro quando cambiamo noi. Quando ci mettiamo in discussione, quando incontriamo davvero la sua vita e ci lasciamo scombussolare e magari arriviamo a dire: forse quella cosa c’entra con me o mi chiede qualcosa.

Ho letto poco tempo fa un testo agile e denso di Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, Ed. La Scuola, 2016: l’autrice dice che la vera surrogazione, nel suo senso più nobile e vero, è l’adozione. Un uomo e una donna accettano di subentrare ad una relazione insostituibile ma interrotta bruscamente… che ne pensi?  (E anche che nelle pratiche di ordinazione e compravendita di un bambino è comunque sempre il genitore acquirente che surroga, che surrogherà la relazione interrotta, svilita già per contratto, ma reale con la madre gestante.)

Questo approccio lo condivido assolutamente. Pensando alla mia storia, quando sono diventata mamma ho capito, ho scoperto in me il legame che si crea tra mamma figlio. Con il terzo figlio in particolare si è riaccesa in me questa nostalgia. La nostalgia di questo legame. Ho scoperto che la mia mamma indiana non era ininfluente perché “tanto ora ho la mia mamma Miriam”.

Non è così. Perché invece da mamma del terzo ho scoperto il contrario: no, non era solo una pancia. È il modo, la carne con cui sono venuta al mondo. Senza di loro, quella madre e quel padre, io non sarei io.  La mamma conta di più in questo ordine di esperienza certo perché vieni proprio dalla mamma nasci, vieni al mondo con lei, per lei. E quindi lì (parla di un momento come di un luogo. Sembra così anche la gravidanza: un luogo che è anche il tempo del nostro cominciare. Il quando stavo per nascere diventa un dove. E per lei è un altrove!) ho proprio capito che non era solo un utero perché io ne avevo nostalgia, ero triste, ne ho pianto, ne ho sofferto e non era un’idea. Questa esperienza carnale che nasce nella pancia, questo legame concreto che si crea li dentro, che non si riesce a spezzare e rimane per sempre…

Anche io ad un certo punto, come fanno tutti i bambini, ho chiesto alla mia mamma Miriam «ma io sono venuta dalla tua pancia?»

No.

E allora da chi?

Dalla mamma che era in India.

E perché non mi ha tenuto?

Perché è andata in cielo.

E perché il papà allora non mi ha tenuto lui?

Non aveva i soldi per poterti far vivere. Allora ti ha lasciato dalle infermiere.

E qui Sangheeta apre un altro squarcio- che è pochissimo metaforico. È proprio un taglio che fa male. E racconta di suo padre, del padre biologico. E del dolore imputabile a lui.

Poco tempo fa sono stata ad ascoltare un amico sacerdote che sta frequentando un Master sulla famiglia. Ha tenuto un incontro sul tema della famiglia, della coppia di oggi e dei genitori che minano la famiglia. Diceva questo, che io ho trovato in me: il padre, per la famiglia, è Dio. Per loro, per i figli, quello è il riflesso di Dio e infatti i figli lo guardano, lo ascoltano, come noi da grandi- se abbiamo la fede- facciamo con Dio. Io ho pensato a me. Per anni ci sono stata arrabbiata, con questo papà, perché mi aveva abbandonato. Ora il mio papà Tino è per me come San Giuseppe. Quando ho letto L’ombra del padre, di Dobraczynski, ho pensato che il Tino (siamo lombarde, da noi l’articolo davanti al nome proprio va messo!) fosse come lui.

Pensa, vedi quel papà dell’India… ero arrabbiata con Dio perché ero arrabbiata con lui! Nel percorso di fede pian piano si fanno passi avanti grazie a Dio e si capisce che quel che conta è quello che si ha e non quel che manca. Mio padre adottivo si è davvero preso cura di me.  C’è stata tutta la mia conversione personale per passare dall’arrabbiatura, al cambiamento, alla conversione. Rispetto a questo papà indiano un po’ di marasma interno ce l’ho ancora: perché? Continuo a chiedermi. Che poi per me il papà Tino è intoccabile, è sacro!

Finite le domande, la copertura salta e l’intervista si trasforma in una chiacchierata tra sorelle, una più grande d’età, io, e una ancora alle prese con bambini piccoli, sonnellini, prime scoperte dell’infanzia, quelle fatiche e quelle gioie lì. Segue un rapido confronto sui mariti e le loro uscite più esilaranti o irritanti. Chiudiamo, perché appunto di figli ne abbiamo 7 in due e ci reclamano e ci salutiamo. Troverò presto un’altra scusa per telefonarle. Quando mi assalirà il dubbio che le cose siano ottuse o che certe prove siano difficili da comprendere o quando mi sembrerà che succedano poche cose. Lei avrà un’ondata di piena da riversarmi addosso. Vita, vita che sbuca da tutte le parti, normale, pesante, a volte greve, spesso sorprendente, altre volte una vera e propria rivelazione. Il segreto sta nella scoperta fondamentale. Ah, ma non ve l’ho detta?

Allora guardate il video. Attenzione a quando risponde alla domanda “Di chi sei tu?”

 

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