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Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 14/07/17

Come guardi i tuoi figli? Quello spavento, quella stupefacente meraviglia che proviamo davanti ad un bimbo che c’è e poteva non esserci, nostro figlio, è acuito dalla tua storia di figlia adottiva?

Secondo me sì e ti dico perché. Con i miei genitori adottivi ho fatto esperienza di essere stata scelta, accolta, voluta e che non era scontato. Che proprio loro fossero arrivati a me, proprio quei due lì e non altri e questo riconoscerci tra genitori e figli è stato uno scegliersi reciproco nel tempo. Così è anche con i miei figli, nonostante siano i miei figli di pancia.

Lo stupore del potevano non esserci e ci sono c’è e soprattutto mi rendo conto che è uno scegliersi anche in questa condizione, quella con i figli naturali. Il figlio è sempre diverso da quello che ci immaginiamo. Nella quotidianità, nelle fatiche, nelle giornate in cui va tutto all’aria perchè i bambini fanno capricci o cose del genere, quando la realtà contraddice le aspettative sono queste cose che ti fanno andare tutto all’aria e che ti dice che mamma e figlio è sempre alla fine anche una scelta. Il secondo dei miei figli è il mio pungolo, quello che più di tutti mi provoca, ma è anche il più grato. Un giorno l’ho portato a messa io e lui per stare da soli tranquilli. È stato in braccio a farsi coccolare, è rimasto tranquillo durante tutta la messa. All’uscita gli ho preso un cioccolatino. E lui mi ha chiesto: “Mamma, ma tu mi hai portato a messa perché mi vuoi bene?” (e tra me e me ho pensato. in realtà l’ho fatto perchè se lasciavo a casa anche te col papà lui dava di matto…). Ecco, figlio mio, proprio tu che saii esasperarci fino al limite estremo, sei la sfida più grande. Sì, ti voglio bene. Ti voglio bene proprio lì, proprio ora.  Ecco, io devo crescere ancora tantissimo…

Come sono cambiati amore e sguardo nel corso della tua vita per i tuoi genitori adottivi?

Io, nel momento più critico della mia adolescenza, ai miei genitori ho detto di tutto, li ho respinti, ho fatto le mie cavolate. Ed è proprio allora che ho visto il loro amore. Potevo dire tutte quelle cose terribili per cercare di ferirli, ma loro non vacillavano, erano pronti.

In quella situazione ho fatto esperienza dell’essere scelta 100 volte, ancora e ancora, proprio in quel mio non essere amabile… è stato il momento, il periodo più duro. Gli anni più brutti e difficili iniziano con la fine della terza media; quando ero in prima superiore si è stabilita tra me e i miei genitori una distanza siderale. Gli anni delle superiori in fondo sono stati i più difficili del rapporto. Da loro non accettavo nulla. Allora si sono fatti furbi.

Mi hanno avvicinato con discrezione dei loro amici. E loro, questi amici di cui io mi fidavo, vedevo che guardavano i miei genitori, che io detestavo in quel periodo, sempre con stima e pur ascoltandomi non assecondavano mai le mie recriminazioni contro di loro. Alla lunga ho capito che se loro li stimavano così tanto forse allora non erano poi così terribili! C’è un’immagine che racconto perché la vedevo io stessa e che mi serve per spiegare il nostro rapporto durante e dopo la crisi.

Li vedevo di spalle di fronte a me, i miei genitori. Ad un certo momento, dopo una litigata, ci siamo abbracciati per far pace. E li ho visti come se stessero di fronte a me in ginocchio. è stato un momento di rivelazione. Mi sono apparsi in un atteggiamento di contemplazione, come contemplassero in me il mistero, come amassero in me un tesoro, come adorassero un sacramento.  L’ho scritto in un post del mio blog, “Ho adottato i miei genitori”.

In quell’istante ho colto il loro amore enorme che accoglie e supera la mia cattiveria o non amabilità, e ho capito: da ora e per sempre saranno i miei genitori. Nessuno potrà togliermi questo rapporto.

È stato un momento di libertà, della mia libertà che si è lasciata abbracciare da un amore così. Amore che non ha solo supplito il carnale ma lo supera, lo supera,però non salta la carne!

Io con la mia mamma, ancora prima di sposarmi (tutto questo è successo in adolescenza, da quando lei si è ammalata (soffre come mio zio e altri parenti della sindrome della gambe senza riposo, una sindrome neurologica) ho un legame forte, fisico, mi faccio carico anche io di lei. Durante gli anni dell’Università quando tornavo il fine settimana mi davo da fare e supplivo in tutti i modi. Questo amore non si stacca dalla carne. Lo devo fare io. Oppure anche nel litigio, vale lo stesso.

E ora io li vedo come un aiuto concreto, mi sollevano, mi tengono i bimbi, la mia mamma mi stira le cose. Nella concretezza. Ringrazio sempre di questi genitori  e nei momenti in cui si può ci confrontiamo su qualcosa che si è letto, sul testo degli esercizi spirituali: è bello vedere come loro sono che sono sempre saldi in un giudizio.

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