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La lettera del vescovo che invita al discernimento sul caso del capo scout gay

André Jörg / Scouterna-CC
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Monsignor Carlo Maria Redaelli scrive alla comunità invitandoli a capire se in questa situazione esiste una grazia

La vicenda aveva lasciato tutti un po’ delusi e amareggiati, parliamo della notizia di circa un mese fa a proposito di quell’educatore scout che – unitosi civilmente col compagno gay – aveva suscitato perplessità e scandalo nella propria parrocchia, al punto che il parroco – don Francesco Fragiacomo – lo aveva sollevato dal suo incarico. Ora ad un mese di distanza, quando la polvere si è posata e gli animi sono meno esacerbati, arriva un messaggio dell’Arcivescovo di Gorizia monsignor Carlo Maria Redaelli, ha scritto una lettera pastorale sulla vicenda invitando a capire quale bene possa essere nascosto in questa vicenda e come la comunità ecclesiale possa accogliere o meno questa situazione inedita, invitando alla riflessione e alla decisione le stesse realtà ecclesiali operanti in ambito educativo che, lungo questo percorso di discernimento sicuramente non facile, devono «giungere ad alcune indicazioni condivise e sagge».

Avvenire ne ha tratto ampia sintesi.

Discernere, come facevano gli Apostoli

Prendendo spunto dagli Atti degli Apostoli, e in particolare dalla descrizione del Concilio di Gerusalemme (At15) – in cui ci si trovò a decidere come organizzare la convivenza tra i cristiani provenienti dal giudaismo e quelli convertiti dal paganesimo – Monsignor Redaelli propone di seguire la medesima indicazione. Ascoltare lo Spirito, senza pretendere di trovare ricette preconfezionate nelle Scritture o nella tradizione canonica. Il suggerimento parte da un testo postumo del Cardinal Martini (Cristiani coraggiosi. Laici testimoni nel tempo di oggi, Milano 2017) che Redaelli definisce «un grande maestro del discernimento». Dall’Arcivescovo di Milano, Redaelli fu ordinato sacerdote.

No a facili riduttivismi

«non indulgere a facili giudizi e non sostituirsi alla responsabilità di ciascuno». Sarebbe facile concludere che il discernimento è quasi un mezzo per rendere accettabile ogni scelta e azzerare ogni istanza etica. Invece è proprio vero il contrario. Nella lettera del Vescovo, l’elenco degli aspetti di grazia, che spiegano che anche per quanto riguarda l’amore, «i diversi modi di sentire diffusi oggi, pur avendo aspetti di verità, sono spesso riduttivi ». E quindi non bisogna temere di definire “riduttivo” il luogo comune secondo cui «ciò che conta è che due persone si amino, a prescindere da chi sono, dagli impegni che hanno assunto, dalla responsabilità verso altri e anche dalla qualità del loro amore». Altrettanto riduttiva è la moderna concezione della libertà «come il fare quello che l’individuo ritiene a prescindere non solo dal confronto con ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma anche dalla relazione con le persone e dalla responsabilità verso di esse e verso la comunità».

No a ricette astratte

L’Esortazione postsinodale sulla famiglia viene richiamata esplicitamente nella lettera pastorale per ricordare, spiega Redaelli, che «chi si aspetta o pretende sempre e comunque princìpi chiari, astratti e immodificabili… non può che restare deluso». Criterio di umiltà e di realismo tanto più valido quando non ci si confronta non princìpi astratti, ma con l’intimità dei sentimenti delle persone. Proprio l’opportunità del confronto è il primo degli aspetti di grazia indicato dal vescovo di Gorizia. Come grazia «è la progressiva maturazione della convinzione che il discernimento stia diventando sempre più la cifra fondamentale dell’agire pastorale». Ma anche «l’attenzione rispettosa, partecipe e talvolta sofferta ai cammini personali di ciascuno».

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