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I rischi dell’era digitale per i minori (e non solo)

Shutterstock
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Nuovi studi sugli effetti collaterali negativi della dipendenza da internet

di Cristian Martini Grimaldi

«Chi si allena meglio con le mani è allenato anche mentalmente, la mente impara a contare a partire dalle proprie dita. Chi si allena a contare e giocare con le mani da bambino sarà più bravo in matematica da grande. È connaturato nell’essere umano imparare attraverso l’uso del proprio corpo, mentre il movimento che si fa su un ipad non attiva alcun tipo di intelligenza mentale se non quella di svolgere un compito sull’ipad». Queste parole le ha pronunciate il professore tedesco Manfred Spitzer durante una conferenza per la presentazione del proprio saggio dal titolo inequivocabile Digitale Demenz (demenza digitale, saggio in lingua tedesca e ancora non tradotto in italiano). Già qualche anno fa la Agi/AvgVG, azienda specializzata in ricerche su internet, lanciava l’allarme: i bambini di oggi sanno scrivere sul computer, navigare su internet ma non sono capaci di allacciarsi le scarpe da soli o di andare in bicicletta.

Nel libro Digitale Demenz, il noto neuroscienziato fornisce un’ulteriore, diretta e allarmante illustrazione degli effetti a lungo termine che i media digitali hanno sulle nuove generazioni. Attingendo a statistiche, a dati derivati dalla risonanza magnetica e da modelli di reti neurali, Spitzer arriva a concludere che «i media digitali sono dannosi per l’apprendimento e per lo sviluppo mentale dei bambini».

Come Nicholas Carr prima e Maryanne Wolf poi, Spitzer ci parla del concetto di plasticità cerebrale per suggerire i molti modi in cui l’uso dei media digitali deforma la nostra capacità di cognizione. Il risultato della sua ricerca ispira ben poca fiducia nelle future prestazioni cognitive delle generazioni di nativi digitali: «Saranno difficilmente in grado di ricordare alcunché; la maggior parte dell’energia sarà spesa per lo scambio di brevi messaggi sociali o per intrattenimento e svago più che un vero e profondo impegno per la conoscenza».

Spesso i sostenitori dell’utilità indispensabile di gadget digitali per l’apprendimento nelle nuove generazioni accostano il cervello a un computer. Ma secondo Spitzer non c’è niente di più diverso. Se un computer perde un pezzo it crashes, non funziona più. Il cervello funziona in maniera del tutto diversa da una macchina. Il cervello non può “crashare”, come si usa dire in gergo per i device digitali, piuttosto subisce quello che i medici chiamano graceful degradation (dolce regressione). A volte, in caso di malattie, la regressione è devastante, ma il cervello è un organo capace di funzionare anche senza intere parti, al contrario di un computer. Ad esempio, in un famoso caso, una giovane ragazza francese dopo un’operazione chirurgica d’emergenza era rimasta priva dell’intera metà sinistra del cervello, eppure manteneva ancora intatte tutte le sue capacità mentali, addirittura al punto di poter parlare fluentemente due lingue.

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