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Cosa pensano le vere femministe dell’utero in affitto

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Un libro illuminante della filosofa Luisa Muraro

Individua subito, e secondo una prospettiva e una modalità che trovo davvero femminile, il nodo del linguaggio come quello che strozza la verità intorno a questa pratica, la pratica dell’utero in affitto, senza vera teoria. Teoria intesa nel suo significato sorgivo, nel suo fiotto di senso ancora forse indoeuropeo, cioè nel senso di contemplazione. La maternità praticata per contratto perché non tenuta più sotto lo sguardo degli spettatori, non più guardata da due passi indietro come lo spettacolo della vita concepita, gestata, partorita, accudita, lallata. Un modo brutale e frettoloso di etichettare la produzione di un bambino appunto come produzione ne ha reso possibile insieme agli altri fattori concorsi la sua commercializzazione.

Ecco allora che una cosa conficcata nell’esperienza umana a forza sebbene con alcune similitudini nel passato ecco che non avrebbe un nome sapido. Per questo assistiamo alla ricerca spasmodica di una formula – GPA o Surrogacy, ad esempio e mai utero in affitto- da ripetere all’infinito e su tutti canali media a disposizione con lo scopo di omogeneizzare linguaggio e pensiero facendo razzia delle connotazioni. E le connotazioni, dice l’Autrice, sono i profumi e i colori dei nomi. Facendo questo si impedisce al pensiero di immaginarsi le cose. È un modo violento per strappare il pensiero dall’esperienza.

Se pensiamo a come siamo stati esposti di punto in bianco alla notizia di queste possibilità, (a tutte le latitudini, dal Manzanarre al Reno, da Bombay a L.A., dal Sub Sahara all’Est Europa!) alla conoscenza di questi fatti, avvenuti in giro per il mondo; se pensiamo a come ci hanno costretti a misurarci quasi senza sosta con le conseguenze di questa pratica, capiamo finalmente da dove viene il disagio e la sensazione di non riuscire a trovare un adattamento a questa mutazione dell’ambiente nel quale prima ci muovevamo con una certa tranquillità. La supplenza della tencica, l’uso di altre persone, di donne tenute sotto controllo per tutta la durata del processo, la produzione di bambini su commissione, ci ha sconvolti come un fiore mostruoso sbocciato di notte nel giardino di casa. Da dove viene? Come abbiamo potuto non accorgerci prima? Dov’era nascosto il seme di quest’efflorescenza così vistosa e spaventosa?
Il fatto più significativo è che questo fenomeno non è sorto da solo. Si tratta, dice l’autrice, di un ingorgo di problemi.

«C’è il desiderio di generare, frustrato dalla sterilità, la potenza dei soldi su chi ne ha pochi, la potenza dei soldi in chi ne ha molti, la presenza di un mercato globale, le facilitazioni offerte dalle tecnologie riproduttive. Qualcuno ci ha messo anche l’aumento della sterilità delle coppie nei paesi ricchi» (Pag. 11, L’Anima del corpo, Contro l’utero in affitto, L. Muraro, La Scuola, 2016).

Il libro prosegue disarmato e forte guardando bene in faccia la vita vera e confessando il timore di contribuire a farla sfuggire con delle metafore anziché farne emergere il valore di simbolo. La maternità non è metaforica ma simbolica. Ecco questo è uno dei molti distinguo fine e per niente retorico che ho trovato leggendo il libro. Insieme con un’altra affermazione sorprendente ed evidente nella sua realtà. La surrogazione di maternità vera e nobile cioè il fatto di rendersi disponibile a sostituirsi in una relazione, a continuare coi propri mezzi la relazione che il figlio aveva con la madre vera, è quella dell’adozione. I genitori adottivi nella loro dolente generosità, nel vuoto già riempito di altri amori e non in crisi ipoglicemica tutti tesi a placare desideri senza briglie, si rendono disponibili a dire ad un figlio altrui, amato abbastanza da essere messo al mondo, che ne saranno i genitori non generanti. E rispetteranno tutto il prima che lo ha portato lì. Questo significa surrogare, andare a supplire, cercare di riprendere il sentiero spezzato di una relazione madre figlio tranciata da una disgrazia.

La pianificazione invece del figlio commissionato ad altri lo costringe ad essere tutto desiderio, tutto volto al desiderio del genitore che non può o non vuole concepire unendosi ad un adulto di sesso opposto. E lo strappa al prima, lo espone ad una sofferenza nuova dalla quale discenderà altro dolore, un dolore quasi nuovo e senza parole. Come reagiranno questi figli che pure avranno permesso ai genitori committenti di sentirsi madre e padre o padri e basta o madri e basta quando scopriranno che il legame fondativo, iniziale, il legame locale, col luogo che era la madre è stato reciso apposta? Potranno capire e perdonare?
Come risponderanno alle domande che tutti facciamo da molto piccoli? Dov’ero prima? A chi assomiglio? E se mio nonno non avesse corteggiato mia nonna quella sera? E se il papà quella volta il treno l’avesse perso?

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