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Cosa pensano le vere femministe dell’utero in affitto

@DR
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Un libro illuminante della filosofa Luisa Muraro

È un “librino”, come dice lei, di poche pagine. Ma accidenti com’è scritto!

L’ultimo numero stampato in fondo a destra sul pdf che mi sono divorata in un paio d’ore dice 96. Di fatto saranno un’ottantina, scarsa. Ora capisco il laconico ed intenso entusiasmo dell’Editor che mi ha suggerito la lettura per proporla su Aleteia. Ha ragione.

Intanto il titolo: L’anima del corpo. E sotto un preclaro Contro l’utero in affitto.

L’autrice, Luisa Muraro, che incontro colpevolmente solo ora, ha un pensiero così intenso, vitale, calmo che viene voglia di rubarle sinapsi, idee, ritmo del respiro.
Almeno io ho pensato questo. Sì, perché ha ragione lei, quando ci conduce nel femminile autentico senza spocchia da esclusivista, nella relazione madre-figlia, senza ottocentesche zavorre di sentimentalismi sgangherati, nella potenza corporea del far nascere e far parlare creaturine nuove, insomma in tutto ciò che allude alla fecondità della donna e che non c’entra un fico secco con la rincorsa alle mansioni maschili in un mondo maschile dove siamo costrette a giocare da maschie.

Ha ragione lei. Il corpo ha un’anima. E non c’entra nulla nemmeno con la retorica che sublima, esagera, toglie dal flusso potente del reale le maternità reali. Come una festa della mamma ad libitum tutta lacrimucce e grata riconoscenza per questi esseri sacrificati nei figli.
È un libro difficile eppure chiarissimo. Come una parete di roccia. Ripida, erta, ma lì, da vedere e da guadagnarsi un appiglio alla volta.
Intanto esordisce con una considerazione che suona all’incirca così:

Il fenomeno della generazione di nuovi esseri umani è iniziato due milioni di anni fa. Quello di stipulare contratti e richiedere ad una donna l’esercizio della gestazione (e già si annida l’errore, l’uso improprio di una parola che ingozza una realtà di un senso che non ha, come un bambino mette in gola al passerotto un cucchiaio di pane inzuppato. La gestazione non è una prestazione, una mansione che si esercita e può migrare senza intoppi da un’operaia all’altra) per ottenere una creatura umana nuova in conto terzi è roba di trent’anni fa. Quindi calma. “Ormai” un bel niente.

Diamoci il tempo per pensare, scrive.

E per parlarne e trovare nomi. In un paio di paragrafi si trova tutto. La precipitazione di una pratica che la concezione mercantile e il brulichio indefesso della tecnica e l’insistenza ossessiva di chi ne deve parlare per diffondere il business; la gravità dello stornare parole e senso. La follia dell’invenzione di parole e sigle per dire una cosa che poi non avrà parole da dare in bocca ai nuovi così nati perché raccontino di sé. Surrogacy, GPA, utero in affitto, ci si può uniformare solo per pedanteria burocratica su scala globale.

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