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Nel mio Paese laureata, qui donna delle pulizie...

Shutterstock/Dmitry Kalinovsky

Ana Sofía Ibarra Castro - pubblicato il 07/07/17

Come essere immigrato e affrontare la frustrazione di un lavoro umile e precario

Lavorare a qualcosa che appassiona è un privilegio del quale godono poche persone, per cui poter vivere di un’attività che nutre anche l’anima è una grande ricchezza. Quando si emigra, in genere si riscontrano grandi differenze nel mercato lavorativo rispetto al Paese d’origine, e spesso capita che persone con una formazione professionale o un livello di istruzione superiore si debbano dedicare a lavori precari.

Il modo di affrontare questa esperienza può portare a sviluppare nuove capacità e ad arricchire, ma può anche provocare una grande frustrazione che, se non affrontata e se dura molto tempo, finisce per influire sulla vita della persona.

“Quando vado nel mio Paese sono la laureata. Quando torno sono di nuovo la donna delle pulizie”. Questa frase può aiutarci a immaginare la difficoltà di conciliare “chi ero io, prima, lì” con “chi sono io, ora, qui” quando ci sono differenze notevoli nel tipo di lavoro che si svolge quando si emigra.

Possiamo immaginare anche la frustrazione che può provare una donna che nel suo Paese d’origine aveva una professione che la soddisfaceva molto e che sentiva come parte della sua identità ma che economicamente non le permetteva di sopravvivere che ora svolge un lavoro che la remunera molto di più permettendole di mantenere la sua famiglia ma che in realtà non ama fare, perché è molto al di sotto della sua preparazione e delle sue aspirazioni.

Il modo in cui si affronta la frustrazione di dedicarsi a un lavoro ritenuto precario o inferiore alla preparazione che si possiede dipende da vari fattori, come la storia personale e familiare, il progetto migratorio, le differenze tra il Paese d’origine e quello d’accoglienza nei sistemi educativi (l’istruzione è un diritto di tutti o un privilegio di pochi?), il mercato lavorativo, la qualità di vita, il modo in cui vengono considerate le varie professioni (pulire una casa altrui, ad esempio, è considerato un lavoro come un altro o un lavoro umile e penoso?), ecc.

La tristezza, la delusione e la frustrazione che si possono provare quando si ha una professione o un’istruzione superiore e si svolge un lavoro precario nel nuovo Paese possono diventare un motore per cambiare e cercare alternative che neanche si erano immaginate. Può anche capitare, però, che la persona non riesca ad affrontare la frustrazione e finisca per sentirsi scoraggiata e senza possibilità di cambiare.

Ecco alcune idee che possono essere utili per affrontare la frustrazione di doversi dedicare a un lavoro precario o inferiore alla propria preparazione:

  1. Informarsi sulle differenze nella regolarizzazione della professione e nel mercato lavorativo tra il Paese d’origine e quello di accoglienza, così come su tutte le procedure necessarie per il riconoscimento o l’omologazione dei titoli di studio nel nuovo Paese.
  2. Essere flessibili. È importante esplicitare le proprie aspettative e il progetto migratorio cercando di stabilire un obiettivo realistico e raggiungibile, un lasso di tempo e i passi da compiere, oltre che valutare periodicamente lo stato della situazione. Ci sarà sicuramente grande differenza tra le aspettative e la realtà, e si dovrà modificare il progetto. Si può considerare come un’opportunità per cercare nuove alternative e sviluppare la propria flessibilità e creatività.
  3. Esplorare e sfruttare le opportunità offerte dal nuovo Paese. Forse si potrà avere l’opportunità di imparare un nuovo mestiere, di svolgere un processo di formazione in un ambito nuovo, di coltivare un’idea per sviluppare un nuovo progetto nel Paese d’origine, di sfruttare una risorsa che non si era considerata (come la lingua madre se se ne parla una diversa), ecc.
  4. Imparare dall’esperienza. La frustrazione e le emozioni sgradevoli che si possono provare quando si svolge un lavoro precario possono essere uno stimolo ad ampliare l’orizzonte e offrono una “lezione di vita”. Quante volte non guardiamo neanche o non teniamo conto delle persone che si dedicano a lavori umili o “invisibili” (quelli che si notano solo quando non si fanno, come può essere la pulizia di una casa)! Vivere sulla propria carne l’esperienza di svolgere un lavoro di questo tipo aiuta a diventare più umili e solidali con gli altri.
  5. Riconoscere i propri limiti. Ci saranno situazioni che saranno al di fuori della nostra portata e non dipenderanno da noi, per cui è importante imparare a discernere quello che è davvero nelle nostre possibilità e quello che eccede i nostri limiti.
  6. Esprimere quello che ci succede e fare affidamento sugli altri. In genere aiuta molto condividere la propria esperienza e le proprie emozioni con gli amici o con le persone con cui si ha un rapporto di reciprocità e fiducia, come anche parlare con persone che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione simile alla nostra.

Se non riusciamo ad affrontare la frustrazione di dedicarci a un lavoro precario e sentiamo che questa esperienza sta influendo in vari campi della nostra vita, è molto importante cercare un aiuto professionale.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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